Archivio per gennaio, 2010


iSlate, iTablet, in conclusione Jobs ha scelto forse il nome più scontato per il suo nuovo dispositivo, la tavoletta dei sogni che tutti erano ansiosi di vedere: iPad. Credo che la scelta di cambiare solo una vocale sia stata voluta, perché il tablet Apple è, alla fine della fiera, solo un grande e grosso iPod Touch. O un iPhone con problemi di peso, nella versione 3G che non telefona. Quello che forse avrebbero dovuto conoscere ai piani alti era il significato alternativo di iPad. Bastava una semplice ricerca su Google. O magari lo sapevano e questa è l’ennesima genialata di viral marketing.
Piccola premessa: io sono quello che in gergo viene definito Apple geek, un bimbominkia della mela. Ho un Macbook Pro, un iPhone 3GS, tre iPod (4 gen, photo e touch) e se avessi le disponibilità economiche mi sarei già fatto un iMac da 27′. Quindi è altamente probabile che quando iPad arriverà da noi, la voglia di possederne uno vincerà su tutto. Però mentirei se dicessi che la presentazione non mi ha lasciato perplesso, perché francamente mi aspettavo molto, molto di più. Conclusa la conferenza ho pensato: è tutto qui? Ok, esteticamente è bellissimo. Cornice rifinita che richiama gli ultimi Macbook Pro, design sottile, wi-fi, bluetooth e un display generoso che sembra di estrema qualità. Ma poi? Non so voi, ma io questa rivoluzione proprio non l’ho vista. Se qualcuno me la spiega mi fa un favore. Per Jobs un gioiellino come l’iPad dovrebbe riempire la fetta di mercato che sta a metà strada tra un pc, un e-book reader e un netbook, ma a me la cosa non convince. Non con questi presupposti.
Come pc è limitato perché il sistema operativo è una versione leggermente più evoluta dell’iPhone OS con la medesima interfaccia, quindi non è un Mac e non ci puoi installare quello che ti pare, dipendendo completamente dall’App Store. Come lettore di e-book idem. Lo schermo sarà fantastico ma è in tutto e per tutto un lcd, quindi scordatevi pure il contrasto e la brillantezza della tecnologia a inchiostro elettronico. Senza contare che il negozio di libri online, iBooks, è disponibile solo per il mercato americano. Qualcosa mi dice che per vederlo in Italia bisognerà fare un fioretto. Navigatore internet? Sarebbe eccezionale se a Cupertino non avessero pensato di dotare i modelli 3g di micro-sim, quindi se non sei sotto copertura wi-fi ti attacchi. Della serie, come per iBooks bisognerà aspettare che i gestori italiani si adeguino, se e quando lo faranno. Vogliamo parlare di autonomia? Le specifiche ufficiali parlano di 10 ore di uso ininterrotto, non è chiaro se come riproduttore di contenuti multimediali o altro. Io vi dico solo che con questo ci ho fatto 21 (ventuno) giorni di letture costanti. Non è figo come l’iPad, non è a colori e compagnia bella, ma almeno l’unica cosa che sa fare la fa bene.
Che cosa resta alla fine? Un costoso giocattolone, una meravigliosa cornice da portare in giro per giochi, video, riviste interattive e tutte le applicazioni già funzionanti su iPhone, con la sola differenza che le dimensioni non lo rendono altrettanto comodo. E il prezzo non è proprio da tutti.
Forse dovremmo iniziare a chiamare le cose con il proprio nome. iPad di innovativo non ha un fico secco, non detta nuovi standard tecnologici e non fa nulla in più degli strumenti di cui dispongo. Anzi, si porta in eredità tutta una serie di difetti che mi avevano fatto storcere il naso proprio riguardo al suo fratellino telefonico: mancanza del multitasking e piattaforma blindata. Sarà un eccezionale veicolo di convergenza, certo, così bello da vedere e da usare, e tutti lo vorranno perché nessuno riesce a vendere il ghiaccio agli eschimesi con la stessa eleganza di Jobs, ma le vere rivoluzioni Apple le ha già fatte e di certo non sono state alla conferenza di ieri. Non bastano le finezze visive di usare un dito per voltare le pagine di un libro come se fosse vero quando il display su cui lo leggo affatica la vista e la batteria mi dura un miliardesimo in meno di un lettore dedicato. Non mi puoi creare una versione ad hoc di iWork e poi tralasciare la presenza di una videocamera per le teleconferenze, o una gestione dei file degna di questo nome. Non si può pretendere che al pubblico vada bene un aggeggio che non è in grado di mantenere attivi nemmeno due applicativi contemporaneamente. Così si rischia di scontentare tanto il cliente occasionale quanto chi ci vorrebbe lavorare seriamente. Non lo so, forse sono io a essermi aspettato troppo, o forse, per una volta, Steve ha cagato fuori dalla tazza.
A questo punto direi che Amazon può dormire sonni ben più che tranquilli, perché gli e-book sono e rimarranno una prerogativa del Kindle. Per quel che mi riguarda, io il mio me lo tengo stretto.

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I giorni seguenti a quell’avvenimento, ancora forte dell’energia del cervo in corpo, il Wym’eral decise di parlarne con il suo maestro. Scelse le parole attentamente, come a non volersi spingere troppo oltre nei suoi confronti. Sapeva che un passo falso avrebbe significato scatenare la sua collera e giocarsi la fiducia conquistata in anni e anni di addestramento.

<<Maestro>> aveva esordito nel silenzio del tempio, con la voce simile a un grottesco sussurro, ma lui aveva distolto gli occhi dal vuoto e nel modo in cui l’aveva guardato c’era qualcosa di terribile, peggiore del risentimento stesso, perché il Sacro Sciamano Heinon conosceva già la domanda.
<<Perché rinnegare ciò che siamo? Perché non dovremmo assecondare gli istinti che la nostra natura ci suggerisce? Preferiresti forse assomigliare a un cane o reincarnarti in una di quelle stupide creature umane? Un giorno capirai>> aveva continuato <<che il nostro è un potere che in molti ci invidiano, e che quello che ti sembra un orribile fardello ti sarà utile più che mai, durante il Rito delle Ombre.>>

Il Rito delle Ombre. Il maestro lo aveva detto in un modo fin troppo sinistro. La sua voce era salita di tono, si era fatta gretta, penetrante come può esserlo solo l’ululato di un lupo nel cuore della notte. Allora Symus aveva accettato la risposta con più dubbi che certezze. Non era facile prendere come un dono una maledizione del genere, anche se presto si era reso conto di non avere scelta. La cosa peggiore erano gli incubi che affollavano le sue notti dopo ogni caccia. Si presentavano sempre nello stesso modo, mozzandogli il respiro in quel frastagliato angolo della coscienza che si sveglia quando su tutto il resto cala la quiete del riposo. Lì, nel buio insondabile, Symus sentiva delle voci orribili. Voci che lo chiamavano, tra le più diverse, dalla grana ora sporca e arrochita, ora suadente, come se un intera legione di corpi privi di ragione urlasse il suo nome appena sotto la superficie del mondo su cui poggiava.
Col tempo e l’esperienza, anni dopo, quando la conversazione con colui a cui doveva tutto era sbiadita nella piega dei ricordi, il cacciatore aveva afferrato quello che il suo maestro voleva dirgli.

La sensazione di prevaricazione non era scemata, certo, e nemmeno gli incubi, ma a essi si era aggiunta un’euforia unica nel momento in cui l’anima altrui finiva per fondersi con lui, un’emozione che era stata in grado di corrompere, vittima dopo vittima, i buoni sentimenti del Wym’eral per tramutarsi in qualcosa di piacevole.


Adesso Symus voleva anime, le pretendeva quasi, per saziare la sua fame e bloccare la spiacevole tendenza a perdere pezzi del corpo.

Annusò l’aria per tracciare la strada giusta. Il Wym, l’essenza d’anima, riusciva a vederla a occhio nudo, ma era più all’olfatto che si affidava. Nonostante la scia fosse di un tenue colore dorato era molto facile confonderla in un ambiente che tendeva al giallo. Oltre il sottobosco, le colline erano un continuo di foglie, arbusti e bassa vegetazione appassita dall’autunno. Svoltò a sinistra, seguendo un sentiero naturale libero dai rovi. Si fermò perché in quel punto l’odore era più intenso, carico di tante cose.

<<Sei vicina>> disse a bassa voce. Aveva capito fin da subito che si trattava di una donna. Symus fiutava una paura atavica e irresistibile. La vedeva materializzarsi come una coltre di nubi prossime alla pioggia, come la neve d’inverno e il fuoco di un incendio appiccato per uccidere.
L’umana a cui dava la caccia era sola e si era persa. Era entrata nella foresta da non più di un paio d’ore, spinta da chissà quale insensata ragione. Riuscì a vedere oltre, passando da una sensazione all’altra come si fa con una fragranza che ne ha in sé una moltitudine. Mise a fuoco il suo viso e sorrise. Gli bastò un attimo per capire dove si trovasse.

Poi corse, tagliando l’aria con un crepitio che si lasciò dietro foglie e terra bruciata.

Ieri pomeriggio sono andato a vedere Avatar. Il responso? Mi ha lasciato senza fiato.
Sono uscito dal cinema con gli occhi pieni di meraviglia, perché che possa piacere o meno il genere, il capolavoro di James Cameron è la più strabiliante esperienza sensoriale mai concepita. Certo, la storia è un po’ scontata e per essere un franchise nuovo non è del tutto originale, ma sotto l’aspetto meramente visivo e di contenuti credo abbia tracciato un confine tra ciò che c’era prima e ciò che ci sarà in futuro. Un confine netto, indiscutibile, un solco che le produzioni a venire non potranno ignorare, e non solo per la tecnologia 3D che veicola il film, secondo me ancora acerba per i limiti del nostro mercato.
Cameron voleva che il pubblico, entrando in sala, si dimenticasse di trovarsi di fronte a uno schermo. La sua missione era questa, raggiungere un coinvolgimento totale, senza precedenti, e per quel che mi riguarda c’è riuscito a pieni voti. Ieri sono stato su Pandora e ho conosciuto gli indigeni Na’vi, ho volato tra le montagne fluttuanti Hallelujah in groppa al mio Banshee e sentito le voci dei morti passeggiando sotto l’Albero delle Anime. Ho pianto con loro di fronte alla cattiveria del Popolo del Cielo e la loro sete di ricchezza legata all’unobtanium, come ho esultato per l’amore che unisce Jack Sully a Neytiri, capace di resistere a tutto. Andare via, dopo un tour de force di due ore e quaranta minuti, è una cosa che mi è costata fatica, tanta e tale era la perfezione, la coerenza, i colori e gli indimenticabili scorci del mondo imbastito dal regista. Anche per questo, soprattutto per questo, andare a vedere Avatar è un’esperienza che dovreste fare tutti. Subito.
Oe kame aynga!


Quando Symus si addentrò nella radura, silenzioso come un’ombra mortale sulle tracce della sua preda, mai avrebbe immaginato di ficcarsi in un guaio simile. D’altronde per essere un cacciatore, egli era il più giovane della sua specie, e a ragion di questo, forse proprio per questo, troppo aveva lasciato al caso pur di seguire l’istinto. Già, perché se c’era un pretesto forte abbastanza da trascinare un Wym’eral fuori dalla sua tana, quel qualcosa era proprio la giallastra essenza d’anima che il cacciatore annusava nell’aria d’autunno, tra le fronde immobili e il silenzio assoluto di un bosco disabitato.

Qualcosa c’era, Symus ne era sicuro come l’alba che lo svegliava e il tramonto che gli intimava di chiudere gli acuti occhi gialli. Il cacciatore la sentiva, la vedeva, l’inebriante presenza di un’anima umana. Troppe erano le tracce malamente nascoste sotto le foglie. Troppi gli indizi, i rami spezzati e il filo di nebbia che serpeggiava fra gli alberi. Da lì era passato qualcuno, e chiunque fosse non era stato cauto abbastanza, perché a giudicare dalla foga con cui Symus lo cercava, aguzzava la vista per colmare la distanza, le sue ore di vantaggio potevano contarsi sulle dita di una mano monca.

Mentre avanzava nel folto, Symus pensava a tutte le possibili varianti con cui avrebbe intrappolato l’intruso. L’ambiente gliene forniva moltissime.

A Toradir funzionava così. C’erano prede e cacciatori in costante equilibrio, in una sorta di gioco che da sempre vedeva vinti e vincitori. Mentre continuava a seguire le tracce, il cacciatore si lasciò andare ai ricordi. A volta capitava che non riuscisse a nutrirsi per giorni e doveva accontentarsi dell’anima di qualche insipido animaletto erbivoro. In quei momenti diventava difficile andare avanti, perché la debolezza avanzava e a lui non rimaneva che attendere nel buio del suo giaciglio.

Altre volte la fortuna si volgeva a lui servendogli su un piatto d’argento incauti e ben più saporiti avventurieri. Niente poteva competere con le infinite sfumature di un essere umano, questo il cacciatore lo sapeva bene. L’intreccio di pensieri complessi, l’enormità di ricordi, lo sterminato mare di sogni in cui galleggiava la coscienza di un uomo, o meglio ancora di un bambino non ancora toccato dalle preoccupazioni, erano cose di cui Symus non riusciva a fare a meno. Nutrirsi in quel modo permetteva di vincere la costante decomposizione che la sua natura di Wym’eral gli imponeva. Non poteva farci nulla, nonostante si rendesse conto che nelle sue azioni c’era qualcosa di cattivo e profondamente sbagliato. Lui, senz’anima, era costretto ad appropriarsi di quelle altrui pur di concretarsi in un mondo che gli era ostile sotto ogni aspetto.

L’aveva imparato da piccolo, come è solito fare il suo popolo. All’inizio gli veniva difficile. Non c’era niente di divertente nel condannare all’oblio una creatura. Non era bello vedere la ragione, sia pure primitiva o evoluta, abbandonare gli occhi della preda, lasciare il corpo come un involucro vuoto, una carcassa destinata alla non-vita. Perché Symus era conscio di non uccidere, dato che non si cibava della carne e non versava sangue, ma era altrettanto certo che le sue vittime non sarebbero state più le stesse.
Lo aveva sperimentato su un cervo, anni prima. Era stato la sua prima conquista. Gli si era avvicinato senza commettere il minimo errore, in silenzio, a passi lenti e impercettibili come gli era stato insegnato dal maestro. Il cervo lo aveva guardato con uno sguardo molto prossimo alla paura e non c’era stato nulla da fare. Si era acquattato, in totale balia del Wym’eral, e senza opporre resistenza aveva lasciato che Symus si cibasse di lui, a pochi metri di distanza, con quel suo naso adunco che aspirava, letteralmente, forza di volontà, istinto, voglia di vivere. Poi il cervo si era accasciato sull’erba, gli occhi vacui e il corpo che respirava ancora un aria che per l’animale non significava niente altro che perdurare in quella condizione. Symus si era sentito un mostro. Lo ricordava con una nitidezza che a distanza di tempo non aveva perso il colore, le sensazioni, i rumori di quelle ore. Ricordava anche di essere stato male il giorno seguente, quando era tornato nello stesso posto e il cervo era ancora lì, con la pelliccia che andava su e giù a un ritmo sempre più veloce e lo stesso sguardo, vacante di tutto quello che era stato prima del loro incontro, a posarsi su di lui come a voler comunicare un delitto innominabile. Allora aveva pianto fino a quando il mondo attorno a lui si era fatto freddo e buio, giurando a se stesso che una cosa del genere non sarebbe più accaduta.


Non bastava Avatar posticipato di un mese per non ostacolare le cagate di De Sica e company. Anche una notizia del genere l’ho accolta col sorriso sulle labbra. Siamo in Italia, la terra dei cachi, e nessuno si stupisce più di niente. Poi leggo questo e non solo sono costretto a fare retromarcia, ma cresce in me una voglia matta di emigrare, di andare via. Sul serio.
Adesso vorrei solo capire i motivi di una decisione simile e quale proto-intelligenza l’ha partorita, qualora dovesse rivelarsi fondata, perché se è vero che a monte sono i risultati commerciali a dettar legge, d’altra parte mi chiedo chi ha il diritto di scegliere al posto mio in quella che è una vera e propria operazione di censura preventiva. Qualcuno mi illumina?

Sto leggendo Clive Barker e ne sono entusiasta. Sapevo cosa aspettarmi, chiaro, è da mesi che un certo scrittore mi spinge in questa precisa direzione. Dopo aver divorato Infernalia, primo Libro di Sangue, sono arrivato alla conclusione che lui (Barker) merita tutto il tempo che gli sto dedicando, mentre l’altro (GL) ha la mia gratitudine per avermelo consigliato con tanta insistenza.
Barker è strano forte, parliamoci chiaro. Di sicuro non è adatto a tutti i palati, ma per quel che mi riguarda c’è qualcosa nella sua prosa e nel modo in cui riesce a fondere orrore, fantasia e metafisico che mi impedisce di staccarmi dalle pagine dei suoi libri. Quell’uomo è un genio, pochi cazzi. Non si può definire in altro modo un racconto che narra di due città in guerra l’una contro l’altra combattere attraverso i suoi abitanti, legati fra loro da carrucole e corde a mo’ di giganti fatti di carne. Oppure di una Macelleria Mobile di Mezzanotte e dei suoi fruitori alla fine della corsa. Geniale.
Scoprire Barker, me ne sto rendendo conto poco a poco, vuol dire entrare in un mondo dove follia, sangue e visioni demoniache non solo coesistono, ma vanno ad accorparsi in qualcosa che non ha precedenti in niente che abbia mai letto in passato. Non è King, non è Lovecraft e nemmeno Matheson. Barker, suonerà banale anche se non è così scontato, è semplicemente Barker, ovvero un universo anarchico e spietato, una sequela di sesso e frattaglie e milione di altre cose diverse impossibili da catalogare o anche solo riassumere.
Detto questo trovo francamente scandaloso quanto poco sia conosciuto in Italia, per non parlare dei suoi romanzi editi in passato, difficilissimi da reperire.
E adesso scusatemi ma ho Ectoplasm e due esami da preparare entro i primi di Febbraio.
Buon 2010 a tutti.