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Nuovo racconto, scritto per il laboratorio di composizione in lingua italiana a cui sto partecipando con l’università. Lo trovate qui da leggere su schermo o qui da scaricare come pdf. E’ una specie di noir che vira verso l’horror più efferato. Ah, c’è anche una citazione molto famosa.
Fatemi sapere se vi piace e se siete riusciti a trovarla.

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Batto un colpo per dire che non sono morto e il mio è solo un periodo densissimo di impegni, e che nel frattempo, tra un ritaglio e l’altro, sto scrivendo un nuovo racconto. L’idea mi è venuta tre giorni fa, dopo aver fatto un sogno di quelli che non si dimenticano, che non puoi ignorare nemmeno se ti ci metti d’impegno.
Mi piace molto, ma sono ancora nella fase in cui devo capire bene quanto verrà lungo, se vale o meno la pena di andare avanti o dedicarsi ad altro, ma soprattutto scegliere il formato giusto. Dato che non siete stati in pochi a lamentare la difficoltà di leggere su sfondo nero e molta della gente che segue il blog arriva qui cercando informazioni sul Kindle perché ne ha già uno, o sta per muoversi in tal senso, ho pensato: perché non rilasciare un pdf da leggere direttamente sul dispositivo Amazon, o comunque a schermo? Che ne dite?
Intanto vi lascio un indizio. Se l’esperimento abortirà o vedrà la luce lo saprete molto presto. Buona settimana a tutti.

Leggendo il blog di Francesco Dimitri ho deciso di partecipare a un’iniziativa molto simpatica, sponsorizzata da Intesa-San Paolo. In pratica è un gioco di ruolo online in cui ci si crea un personaggio e lo si descrive sommariamente. Fatto questo un master, l’Oca, dà di volta in volta delle carte che creano, ampliano e modificano gli spunti narrativi iniziali. Si può decidere di seguire una storia e basta, partecipando da seguace, o contribuire attivamente da autore. Io ho scelto la seconda strada. Il mio eroe si chiama Derfel e a chi mi segue da tempo dovrebbe ricordare qualcosa.
Detto questo vi invito a iscrivervi, anche solo per curiosità, voglia di mettersi in gioco o supportarmi leggendo la mia storia.  Per farlo non vi basta che seguire questo link.


Qui
la prima parte. Qui la seconda.


Non gli ci volle molto. La vide, una sagoma ferma vicino al fiume, accovacciata come a studiare il terreno, o l’acqua. Il cacciatore era sempre più vicino, e adesso l’odore si era fatto pungente. Era pieno e meravigliosamente impossibile da ignorare. Quella donna traboccava di Wym. Gli volava addosso come polline rilucente, come i lembi di un vestito flessi dal vento. Sarebbe bastato a sfamarlo per giorni interi, forse addirittura settimane, tanto era intenso. Allora avanzò ancora, guardingo. Solo pochi passi lo separavano dalla preda. Un balzo calcolato e tutto avrebbe avuto fine. Eppure la donna, voltata di spalle, si muoveva ondeggiando da una parte all’altra. Cantava, a bassa voce, in una lingua che Symus non seppe riconoscere.
L’impensabile accadde quando il cacciatore arrivò a toccare il Wym e iniziò a farlo suo. La vita di quella creatura così indifesa gli si parò davanti agli occhi come una barriera. Avrebbe dovuto capirlo.
Symus sentì i suoi ricordi conficcarsi nella testa, il molteplice intrecciarsi di tante esistenze quante ne erano iniziate e finite, come se gli fosse in qualche modo stato permesso di vedere oltre, arrivare al senso stesso delle cose in un susseguirsi di luci e ombre. Ma non fu piacevole, perché pur percependo un’energia nuova, prodigiosa, feconda di sensazioni mai provate, il Wym’eral vide anche cose orribili, squassanti. Cose che gli bloccarono gli arti e fecero tremare ogni sua certezza. Vacillò di fronte a ciò che non avevo ancora conosciuto: sapere che per la prima volta la preda era stata più forte del cacciatore. Fu allora che la donna si voltò, al culmine delle convulsioni che lo stavano consumando. Lo fece lentamente, rivelando un sorriso al limite della lascivia e un viso massacrato di cicatrici, da cui spiccavano un paio di avvizzite orbite vuote. Lì, in quel preciso istante, nel buio della radura bagnata dal fiume, Symus capì in un modo definitivo e brutale quello che aveva provato il cervo la mattina di molti anni prima. Il senso d’impotenza, la rabbia per non averlo previsto che stingeva lasciando solo paura, dilagante come la marea nell’oceano del suo cuore.
Era diventato cervo egli stesso, con tutto il dolore che comportava. La mente gli si chiuse, la coscienza si ritrasse fino a sfilacciarsi in qualcosa d’inconsistente, come il dito di un bambino che indugia troppo vicino a un fuoco che non conosce. Symus chiuse gli occhi e dentro di sé vide l’oblio. Poi sorrise e gli corse incontro, perché aveva trovato la sola strada in grado di regalargli la libertà. Lo sentì spalancarsi su di lui e inghiottirlo come una bocca gigantesca. Se ne andò così, come un sussurro, o l’onda di un sussurro che si placa piano.
Per sempre.


I giorni seguenti a quell’avvenimento, ancora forte dell’energia del cervo in corpo, il Wym’eral decise di parlarne con il suo maestro. Scelse le parole attentamente, come a non volersi spingere troppo oltre nei suoi confronti. Sapeva che un passo falso avrebbe significato scatenare la sua collera e giocarsi la fiducia conquistata in anni e anni di addestramento.

<<Maestro>> aveva esordito nel silenzio del tempio, con la voce simile a un grottesco sussurro, ma lui aveva distolto gli occhi dal vuoto e nel modo in cui l’aveva guardato c’era qualcosa di terribile, peggiore del risentimento stesso, perché il Sacro Sciamano Heinon conosceva già la domanda.
<<Perché rinnegare ciò che siamo? Perché non dovremmo assecondare gli istinti che la nostra natura ci suggerisce? Preferiresti forse assomigliare a un cane o reincarnarti in una di quelle stupide creature umane? Un giorno capirai>> aveva continuato <<che il nostro è un potere che in molti ci invidiano, e che quello che ti sembra un orribile fardello ti sarà utile più che mai, durante il Rito delle Ombre.>>

Il Rito delle Ombre. Il maestro lo aveva detto in un modo fin troppo sinistro. La sua voce era salita di tono, si era fatta gretta, penetrante come può esserlo solo l’ululato di un lupo nel cuore della notte. Allora Symus aveva accettato la risposta con più dubbi che certezze. Non era facile prendere come un dono una maledizione del genere, anche se presto si era reso conto di non avere scelta. La cosa peggiore erano gli incubi che affollavano le sue notti dopo ogni caccia. Si presentavano sempre nello stesso modo, mozzandogli il respiro in quel frastagliato angolo della coscienza che si sveglia quando su tutto il resto cala la quiete del riposo. Lì, nel buio insondabile, Symus sentiva delle voci orribili. Voci che lo chiamavano, tra le più diverse, dalla grana ora sporca e arrochita, ora suadente, come se un intera legione di corpi privi di ragione urlasse il suo nome appena sotto la superficie del mondo su cui poggiava.
Col tempo e l’esperienza, anni dopo, quando la conversazione con colui a cui doveva tutto era sbiadita nella piega dei ricordi, il cacciatore aveva afferrato quello che il suo maestro voleva dirgli.

La sensazione di prevaricazione non era scemata, certo, e nemmeno gli incubi, ma a essi si era aggiunta un’euforia unica nel momento in cui l’anima altrui finiva per fondersi con lui, un’emozione che era stata in grado di corrompere, vittima dopo vittima, i buoni sentimenti del Wym’eral per tramutarsi in qualcosa di piacevole.


Adesso Symus voleva anime, le pretendeva quasi, per saziare la sua fame e bloccare la spiacevole tendenza a perdere pezzi del corpo.

Annusò l’aria per tracciare la strada giusta. Il Wym, l’essenza d’anima, riusciva a vederla a occhio nudo, ma era più all’olfatto che si affidava. Nonostante la scia fosse di un tenue colore dorato era molto facile confonderla in un ambiente che tendeva al giallo. Oltre il sottobosco, le colline erano un continuo di foglie, arbusti e bassa vegetazione appassita dall’autunno. Svoltò a sinistra, seguendo un sentiero naturale libero dai rovi. Si fermò perché in quel punto l’odore era più intenso, carico di tante cose.

<<Sei vicina>> disse a bassa voce. Aveva capito fin da subito che si trattava di una donna. Symus fiutava una paura atavica e irresistibile. La vedeva materializzarsi come una coltre di nubi prossime alla pioggia, come la neve d’inverno e il fuoco di un incendio appiccato per uccidere.
L’umana a cui dava la caccia era sola e si era persa. Era entrata nella foresta da non più di un paio d’ore, spinta da chissà quale insensata ragione. Riuscì a vedere oltre, passando da una sensazione all’altra come si fa con una fragranza che ne ha in sé una moltitudine. Mise a fuoco il suo viso e sorrise. Gli bastò un attimo per capire dove si trovasse.

Poi corse, tagliando l’aria con un crepitio che si lasciò dietro foglie e terra bruciata.


Quando Symus si addentrò nella radura, silenzioso come un’ombra mortale sulle tracce della sua preda, mai avrebbe immaginato di ficcarsi in un guaio simile. D’altronde per essere un cacciatore, egli era il più giovane della sua specie, e a ragion di questo, forse proprio per questo, troppo aveva lasciato al caso pur di seguire l’istinto. Già, perché se c’era un pretesto forte abbastanza da trascinare un Wym’eral fuori dalla sua tana, quel qualcosa era proprio la giallastra essenza d’anima che il cacciatore annusava nell’aria d’autunno, tra le fronde immobili e il silenzio assoluto di un bosco disabitato.

Qualcosa c’era, Symus ne era sicuro come l’alba che lo svegliava e il tramonto che gli intimava di chiudere gli acuti occhi gialli. Il cacciatore la sentiva, la vedeva, l’inebriante presenza di un’anima umana. Troppe erano le tracce malamente nascoste sotto le foglie. Troppi gli indizi, i rami spezzati e il filo di nebbia che serpeggiava fra gli alberi. Da lì era passato qualcuno, e chiunque fosse non era stato cauto abbastanza, perché a giudicare dalla foga con cui Symus lo cercava, aguzzava la vista per colmare la distanza, le sue ore di vantaggio potevano contarsi sulle dita di una mano monca.

Mentre avanzava nel folto, Symus pensava a tutte le possibili varianti con cui avrebbe intrappolato l’intruso. L’ambiente gliene forniva moltissime.

A Toradir funzionava così. C’erano prede e cacciatori in costante equilibrio, in una sorta di gioco che da sempre vedeva vinti e vincitori. Mentre continuava a seguire le tracce, il cacciatore si lasciò andare ai ricordi. A volta capitava che non riuscisse a nutrirsi per giorni e doveva accontentarsi dell’anima di qualche insipido animaletto erbivoro. In quei momenti diventava difficile andare avanti, perché la debolezza avanzava e a lui non rimaneva che attendere nel buio del suo giaciglio.

Altre volte la fortuna si volgeva a lui servendogli su un piatto d’argento incauti e ben più saporiti avventurieri. Niente poteva competere con le infinite sfumature di un essere umano, questo il cacciatore lo sapeva bene. L’intreccio di pensieri complessi, l’enormità di ricordi, lo sterminato mare di sogni in cui galleggiava la coscienza di un uomo, o meglio ancora di un bambino non ancora toccato dalle preoccupazioni, erano cose di cui Symus non riusciva a fare a meno. Nutrirsi in quel modo permetteva di vincere la costante decomposizione che la sua natura di Wym’eral gli imponeva. Non poteva farci nulla, nonostante si rendesse conto che nelle sue azioni c’era qualcosa di cattivo e profondamente sbagliato. Lui, senz’anima, era costretto ad appropriarsi di quelle altrui pur di concretarsi in un mondo che gli era ostile sotto ogni aspetto.

L’aveva imparato da piccolo, come è solito fare il suo popolo. All’inizio gli veniva difficile. Non c’era niente di divertente nel condannare all’oblio una creatura. Non era bello vedere la ragione, sia pure primitiva o evoluta, abbandonare gli occhi della preda, lasciare il corpo come un involucro vuoto, una carcassa destinata alla non-vita. Perché Symus era conscio di non uccidere, dato che non si cibava della carne e non versava sangue, ma era altrettanto certo che le sue vittime non sarebbero state più le stesse.
Lo aveva sperimentato su un cervo, anni prima. Era stato la sua prima conquista. Gli si era avvicinato senza commettere il minimo errore, in silenzio, a passi lenti e impercettibili come gli era stato insegnato dal maestro. Il cervo lo aveva guardato con uno sguardo molto prossimo alla paura e non c’era stato nulla da fare. Si era acquattato, in totale balia del Wym’eral, e senza opporre resistenza aveva lasciato che Symus si cibasse di lui, a pochi metri di distanza, con quel suo naso adunco che aspirava, letteralmente, forza di volontà, istinto, voglia di vivere. Poi il cervo si era accasciato sull’erba, gli occhi vacui e il corpo che respirava ancora un aria che per l’animale non significava niente altro che perdurare in quella condizione. Symus si era sentito un mostro. Lo ricordava con una nitidezza che a distanza di tempo non aveva perso il colore, le sensazioni, i rumori di quelle ore. Ricordava anche di essere stato male il giorno seguente, quando era tornato nello stesso posto e il cervo era ancora lì, con la pelliccia che andava su e giù a un ritmo sempre più veloce e lo stesso sguardo, vacante di tutto quello che era stato prima del loro incontro, a posarsi su di lui come a voler comunicare un delitto innominabile. Allora aveva pianto fino a quando il mondo attorno a lui si era fatto freddo e buio, giurando a se stesso che una cosa del genere non sarebbe più accaduta.


Quando aprii gli occhi mi sentii cieco.
Era buio pesto, giacevo a terra, intorpidito e con un brutto senso di freddo addosso. Ricordo di essermi sentito come una creatura alla quale mancano armi per difendersi, ma a colpirmi non fu questo, e nemmeno l’umidità che sentivo raschiare le mie ossa. A gelarmi il sangue nelle vene era stato il fatto di non avere la minima idea di cosa stesse succedendo. Non ricordavo com’ero finito lì, se c’ero arrivato con le mie gambe o se qualcuno mi ci avesse portato di peso per poi abbandonarmi. Non avevo idea di quanto ci si potesse sentire smarriti in una situazione del genere, senza avere cognizione di spazio e tempo. E poi lì dentro, dovunque mi trovassi, albergava una tenebra così profonda e ributtante da mozzare il fiato. Non un riflesso, non un riverbero. Sbattere le palpebre e sentirsi ciechi, di nuovo.
Sapevo di essere al chiuso per via della puzza di stantio e l’inconfondibile tamburellare della pioggia che si schianta su una superficie metallica. E in quell’oscurità mi sembrava di poter contare le gocce d’acqua, l’una dopo l’altra, tanta era la concentrazione che vi mettevo per ignorare, in realtà, la presenza che a pochi metri di distanza mi aveva dato i brividi.
Era iniziato con un mormorio che feci lo sbaglio di confondere con i rumori esterni, con l’ulular del vento. Era stato questo a destarmi dal sonno confuso in cui versavo. Poi era arrivata, dritta nella mia testa come una scossa elettrica, la consapevolezza che sarei impazzito se qualcuno non mi avesse spiegato il perché di molte cose.
Dov’era George? Era il solo ricordo che riuscissi a dipanare in quella massa informe che avevo nel cervello. Avevamo preso una birra assieme. Ricordo il crepuscolo, il freddo che cala quando il sole fa il suo giro dall’altra parte dell’orizzonte e le stelle appaiono timide sulla volta che stinge dal rosso al blu. Ricordo che avevamo fatto un bel viaggio lungo la provinciale verso Tripwood a bordo del suo veicolo sgangherato. Ce l’eravamo spassata, io e lui, a bere e brindare ai vecchi tempi. Niente era cambiato, nonostante tutto, aldilà del fatto che la vita a volte è crudele e sa sbatterti su carreggiate diverse anche contro la tua volontà.
Poi il nulla, come se a frapporsi tra me e la verità si fosse venuta a creare una voragine.
Tornai in me, strappato via a forza da quelle che fino a prova contraria erano supposizioni, solo perché c’era stato un rumore. Un verso, ora che ci penso, che di umano non aveva nulla. Era la sua stessa, intima natura ad avermelo comunicato. Non saprei descriverlo perché fu lesto e del tutto inaspettato. Indietreggiai istintivamente, toccando la parete. Cercavo solo un fottutissimo interruttore, cazzo, qualcosa che mi rassicurasse. Non lo trovai.
Della presenza invece sapevo che era lì, a pochi passi, anche se non la vedevo. La percepivo come una tremenda realtà, la presa d’atto di un incubo che infrange la barriera dell’ignoto per arrivare nel nostro mondo. Solo che un incubo, per quanto orrendo, cessa di esistere nell’istante esatto in cui si abbandona la dimensione onirica del sogno. Non si concreta in mostro, non respira in quel modo. E non sposta l’aria.
Fu a quel punto che, preso dal panico, allungai la mano e al tatto riconobbi il profilo di una maniglia. Spinsi con rabbia più volte, ma la porta non si aprì.
Ero prigioniero, cristo. Al buio. All’interno di quello che probabilmente era un capanno sperduto Dio solo sa dove, sferzato dalla pioggia e dal vento in una notte che poteva essere una qualsiasi. Rinchiuso lì con quella cosa dannatamente vicina.
In quel momento non mi curai del fatto che il mio telefono cellulare non stava al suo posto, che ero certo di non averlo smarrito e che anche l’orologio mancava dal polso. Erano dettagli, certo, ma in determinate situazioni non sono la prima cosa cui pensi. Per questo non diedi peso nemmeno alla mancanza della scarpa dal mio piede sinistro, nudo e privo di calzino, fino a quando qualcosa lo toccò con una stretta veloce e incerta, e la sensazione fu di un artiglio schifoso dalla consistenza viscida.
Sentii quella cosa farsi strada tra le dita dei piedi, bagnarle e proseguire verso l’interno della gamba, su fino al polpaccio. Mi ritrassi con un unico urlo recalcitrante, ma a zittirmi fu il rimbombo della mia stessa voce tra le pareti.
E ancora una volta quel respiro rantoloso.
Cadde un fulmine lì vicino, e da qualche parte alla mia destra il bagliore del lampo passò attraverso una fessura. Quell’attimo mi fu sufficiente a mettere le cose nella giusta prospettiva. Ero nella merda fino al collo, perché quella che avevo visto non era forse una figura antropomorfa in una strana posizione? Non era una mannaia quella che brandiva?
Grazie a Dio durò poco e non seppi riconoscere altro, ma qualcosa dentro di me dovette pensare che era già abbastanza per i miei nervi, poiché in un paio di secondi contrassi la vescica pisciandomi nelle mutande. Sentii l’orina calda scendere lungo le cosce, bruciare, darmi la pelle d’oca sulla schiena in accordo a una paranoia talmente intensa da crescere nel mio stomaco come un germoglio nero dai bui recessi dell’humus in cui è stato piantato.
Mi venne da piangere, ma i miei furono brevi singhiozzi disperati interrotti da un altro verso, stavolta più forte. Più vicino. Ferale.
Dedussi che qualcuno lassù doveva volermi male, perché quando un secondo fulmine si schiantò non lontano da dove mi trovavo, con un fragore che fece tremare le pareti, dalle tenebre emerse un volto.
Sapete, non esagero quando dico che non c’è giorno in cui quella scena non mi torni in mente, perché quello che vidi, lo ricordo con una lucidità che ancora oggi mi spaventa, era un accenno di sorriso malevolo e un paio d’occhi guidati da emozioni indecifrabili, che mi scrutavano a loro volta, e quello fu il momento cruciale in cui seppi che potevano vedere nel buio laddove io non vi riuscivo. Che quelle pupille contratte dalla violenza del lampo brillavano di una lucida follia, che c’era un uomo lì con me, e cazzo, le sue intenzioni erano ambigue.
Per questo mi sentii mancare l’aria, per questo arretrai ancora nonostante non si potesse scappare da nessuna parte. Frugando tra le tasche trovai un accendino. Quasi mi sfuggì di mano in preda ai tremiti. Sapevo cosa avrei dovuto fare. Il problema era trovare il coraggio di strusciare il pollice contro la rotella, legittimare l’orrore di non essere solo, lasciarmi alle spalle l’idea che fantasia e suggestione possono giocare brutti scherzi.
Balzai in piedi e feci un respiro profondo, cacciando indietro le lacrime e il loro sapore salato sul palato. Diedi gas mentre il cuore mi scoppiava nella gabbia toracica.
Poi una scintilla, e nella luce di quella fiamma crepitante tutto ebbe un senso.