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Origami

Pubblicato: febbraio 15, 2011 in I miei nuovi racconti, Vita quotidiana

Un nuovo racconto scritto qualche giorno fa. Buona lettura.

Cento di questi giorni e un grazie. Grazie per le tue storie. Grazie per le emozioni, i brividi, i sudori freddi. Grazie per le risposte che troviamo leggendo i tuoi libri. Grazie per Pennywise, Annie Wilkes e Randall Flagg. Grazie per i tramonti che tremano d’orrore e la tua incredibile, spietata capacità di sondare l’animo umano come nessun altro è mai stato in grado. Grazie per esserti spinto là dove nessuno osa. Grazie per la speranza, la passione e il talento che pregna ogni tua pagina. Grazie Maestro.

Dopo la Lost-delusione sono tornato in Sicilia per le vacanze, e non avendo internet ho passato le maggior parte delle mie serate a fare due cose: leggere e guardare serie tv. Per quanto riguarda i libri mi sono buttato a capofitto sulla fantascienza, genere che avevo trascurato e che mi ha dato grosse soddisfazioni. Il gioco di Ender di Orson Scott Card e il Ciclo di Hyperion di Dan Simmons si candidano non solo come migliori letture estive, ma dell’intero anno.
Sul fronte serial: avevo iniziato a guardare Fringe, ma poi qualcosa mi ha fatto desistere. Sono fermo all’ottava puntata e nonostante le idee carine e i continui richiami a X-Files e Ai confini della realtà la storia non mi prende e i protagonisti non mi convincono. Fatico a credere che dietro questo format ci siano le stesse menti di Lost. Insomma, pathos zero e ritmo non pervenuto.
Così sono passato ad altro e due nuove serie mi hanno colpito da morire: True Blood e Dollhouse. Il primo, lo ammetto, ho iniziato a seguirlo pieno di pregiudizi. D’altronde io con i vampiri ho un rapporto contorto. Quando mi sono reso conto però che la serie è ben fatta, è stato l’inizio dell’amore e della dipendenza dal V. La storia è semplice ma non risulta mai troppo banale o demente come in Twilight, e i vampiri sono affiancati da altre creature sovrannaturali come licantropi, mutaforma e strane dee cornute. L’atmosfera della Louisiana decadente, con le sue paludi, i villaggi di case dal legno ammuffito e i predicatori di colore è intrigante e gestita senza sbavature. In poco meno di venti giorni sono già alla fine della seconda stagione e fremo per vedere la terza. Volevo leggere i libri della Harris da cui è stata tratta, ma mi sono stati sconsigliati.
Di Dollhouse avevo sentito parlare molto bene un po’ ovunque. Mi piaceva l’idea di queste persone che scelgono di loro spontanea volontà di sottoporsi al trattamento, un’operazione che permette di azzerare la memoria cerebrale come fosse una tabula rasa per poi farsi riprogrammare secondo gli scopi per cui sono state richieste. Eliza Dushku nella parte di Echo è perfetta e ogni puntata ha spunti diversi. Mi spiace solo che sia una serie nata morta, come Flashforward, in quanto lo show è stato cancellato dopo appena due stagioni a causa degli ascolti bassi. Lo vedrò fino alla fine, questo è sicuro, come è sicuro che sto contando i giorni che mi separano dalla seconda stagione di Glee, in arrivo a fine Settembre.
A chi mi legge vorrei chiedere: avete qualche telefilm da consigliare? Cosa ne pensate di Heroes? Vale la pena seguirlo per quattro stagioni?
Buon settembre a tutti.

Per tutto il mondo Lost è finito poco più di un mese fa. Per me, dopo un tour de force di venti giorni e 5 stagioni, Lost è finito ieri sera. Finito per modo di dire, poiché chi ha visto il doppio episodio conclusivo sa bene che questa serie tv, tanto quanto in passato, è destinata a far parlare di se ancora per molto tempo. Cosa ne penso io?
Penso che Lost abbia fatto scuola nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nell’uso di flashback e flashforward, che la colonna sonora di Michael Giacchino sia meravigliosa così come il comparto tecnico. Penso che Lost fosse perfetto nelle prime due stagioni, che avevano trovato il giusto equilibrio di mistero, ritmo e cliffhangers incollando allo schermo milioni di persone, ma penso anche che dalla terza in poi qualcosa ha iniziato a scricchiolare, a incrinarsi, finale da cardiopalma a parte, e che l’intera impalcatura creata dagli sceneggiatori avesse dei buchi giganteschi di trama, solo che all’epoca il problema si poteva (ancora) risolvere. Poi è arrivata la quarta stagione, che non ha risolto un quesito che fosse uno tra tutti quelli sollevati in precedenza. E il mordente è calato, così come gli ascolti. La quinta ha introdotto i salti temporali, che hanno solo incasinato le cose fino alla presunta deflagrazione. La sesta, perlopiù inutile e ammorbata da flashsideways riempitivi, una realtà alternativa la cui natura l’abbiamo capita solo con l’episodio 18. Guardando gli ultimi dieci minuti sono arrivato alla conclusione che vedere Lost è tutta questione di aspettative, di fede e scienza, e che la soddisfazione dipende dal voltare le spalle a Jack Shepard e abbracciare le fantasie di John Locke. Che poi è la scelta più comoda per tutti.
Perché vedete, io posso capire che gli autori si siano incartati cercando di creare qualcosa che fosse più grande di loro, che Lost è i personaggi e il modo in cui le loro vite si intrecciano l’una con l’altra. Posso anche trovarmi d’accordo quando si dice che “è molto meglio limitarsi a giocare con la scatola piuttosto che sapere a tutti i costi cosa contiene”, ma è anche vero che la narrazione come la conosco io comprende delle regole, dei patti fra lettore (spettatore in questo caso) e scrittore, e che tali premesse non si possono infrangere e sperare che nessuno se ne accorga. Se la storia è tua, tuo è il compito di concluderla risolvendo tutti gli enigmi. Magari posso non essere d’accordo su come viene fatto, o su come si conclude, e il finale aperto ci può stare, ma una risposta, anche solo approssimativa, bisogna darla se la domanda si basa sull’intera economia della vicenda. Quello che è stato fatto nell’ultimo episodio è scorretto ed è molto peggio che barare o limitarsi a non far quadrare i conti.
E’ sviare. E’ sfruttare il sentimentalismo della gente, accumulato in anni e anni di attesa, per distrarre dagli spaventosi interrogativi a cui non sono stati capaci di dare una risposta. Altro che mostro, il fumo è nostro, nei nostri occhi. E questo a me non va bene, non lo accetto come non accetto che mi si dica che io Lost “non l’ho capito”, perché non c’è niente da capire. Gli ultimi dieci minuti sono bellissimi, sia chiaro. Non c’è una sola cosa fuori posto. Lacrime, abbracci, figli partoriti, primi piani tra i più intensi, montaggio a regola d’arte, musiche toccanti. Sì, okay, ma poi? Non posso e non voglio credere che i migliori sceneggiatori del mondo non sapessero trovare alternative migliori di tirare lo sciacquone prima e rimettere il tappo dopo, e che l’intera sesta stagione fosse un limbo, una specie di purgatorio necessario a far sì che tutti i protagonisti si ritrovassero per poi trascorrere l’aldilà assieme, oltre la luce della chiesa. Non puoi venirmi a dire dopo 100 e passa puntate che la stringa di numeri maledetti non è altro che il numero corrispondente dei candidati messo in fila uno dopo l’altro, che un nome sul muro è solo un nome, che Jacob è il bene e il mostro il male.
Ma grazie al cazzo.
Che fine ha fatto Walt, che era così importante nei primi episodi e poi il suo ruolo è stato accantonato? Perché il sensitivo ha messo in guardia Claire? Come mai la statua in rovina ha quattro dita dei piedi e Sayid non manca di farcelo notare? Che ruolo ha il giapponese nel tempio per tutta la sesta stagione? Perché sembra che nessuna donna rimasta incinta sull’isola sopravviva? Chi è davvero la madre di Daniel Faraday, e come faceva a sapere tutte quelle cose sull’isola? Cos’è l’isola e quella grotta piena di luce?
Come mai? Cos’è? Perché? Lost si riduce a questo: domande, domande, domande, e io proprio non ne capisco il senso, di incuriosire senza poi riuscire a dare una risposta. A meno che questo non fosse l’unico modo per gabbare gli appassionati fino all’ultimo, con un trucco dentro l’altro, con i continui “non sei pronto, non capiresti, non posso dirtelo”, e sbattersene delle promesse non mantenute, delle sottotrame senza senso, dei misteri che misteri non sono. Tanto Lost è Lost, e ormai è finito, lasciandomi un vuoto che spero di poter colmare con Fringe.

Il nuovo firmware del Kindle è una bomba: offre lo zoom dei pdf, la possibilità di organizzare i libri in collezioni, l’highlights dei propri passi preferiti condivisibili su FB e Twitter con un click. E ancora, nuovi caratteri, password di sistema per proteggere i dati, velocità di refresh e autonomia ulteriormente migliorate. La ciliegina sulla torta è il browser Internet sbloccato verso tutti i siti, ovunque ci sia rete grazie al modulo 3g, totalmente a spese di Amazon. Ripeto: a spese di Amazon, senza sganciare un centesimo o svenarsi in costosi abbonamenti dati. In tutta Europa.
Sento la presenza di iPad alitarmi sul collo, non lo nego, a maggior ragione adesso che è uscito e ho avuto modo di provarne uno in modo approfondito, ma del mio Kindle mai come in questi giorni mi sono sentito così soddisfatto. Amo leggere e amo farlo sul mio Kindle.

Erroneamente convinto di non riuscire più a stupirmi, dopo il mio viaggio a Stoccolma ho dovuto cambiare idea.
La Svezia è un posto meraviglioso. Stoccolma è meravigliosa. La gente, i paesaggi, i colori, i tramonti sono solo alcune delle cose che mi porterò nel cuore per sempre, avendo avuto conferma che il paradiso esiste, ed è in Scandinavia. Ho visto luoghi di una bellezza sconcertante, impossibile da imbrigliare o anche solo definire con semplici aggettivi. Mi sono perso tra le strade di Gamla Stan e gli animali di Skansen. Ho viaggiato in mongolfiera nella luce di un crepuscolo che sembrava non finire mai e sono stato a Grinda, nel cuore dell’arcipelago esterno, camminando in un mondo dove non albergano altro che foreste, sassi e un silenzio che non avevo mai sperimentato.
Ho anche scattato 1200 foto e sto poco a poco iniziando a fare una cernita delle migliori. Credo che vederle sia l’unico modo per farvi capire di cosa sto parlando, e in ogni caso, per quanto impegno ci abbia messo, non rendono l’idea. Non potrebbero, ed è giusto che sia così.
Per la Svezia ho decisamente perso la testa. Forse non ci tornerò più, perché di meraviglie il nostro pianeta è pieno, ma di una cosa sono sicuro: quello che mi regalato Stoccolma in quattro giorni è un dono unico e irripetibile.

I’m still standing

Pubblicato: maggio 6, 2010 in Vita quotidiana

Dal silenzio di questi ultimi giorni avrete capito che sono preso. Molto preso. Purtroppo il tempo è poco e la sessione d’esami incombe con i suoi appelli, i libri da studiare, gli scritti da sostenere. Solito tram tram, insomma. E’ un periodo convulso, il mio.
Stanno accadendo cose molto belle, insolite, ma di cui non mi è concesso parlare. Non ci sono pubblicazioni di mezzo, lo dico chiaro e tondo per evitare equivoci, ma qualcosa c’è, ed è qualcosa di ancora diverso, che sta prendendo una piega inaspettata.
Sono contento, nonostante la stanchezza.
A presto, si spera.