Archivio per luglio, 2010

Per tutto il mondo Lost è finito poco più di un mese fa. Per me, dopo un tour de force di venti giorni e 5 stagioni, Lost è finito ieri sera. Finito per modo di dire, poiché chi ha visto il doppio episodio conclusivo sa bene che questa serie tv, tanto quanto in passato, è destinata a far parlare di se ancora per molto tempo. Cosa ne penso io?
Penso che Lost abbia fatto scuola nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nell’uso di flashback e flashforward, che la colonna sonora di Michael Giacchino sia meravigliosa così come il comparto tecnico. Penso che Lost fosse perfetto nelle prime due stagioni, che avevano trovato il giusto equilibrio di mistero, ritmo e cliffhangers incollando allo schermo milioni di persone, ma penso anche che dalla terza in poi qualcosa ha iniziato a scricchiolare, a incrinarsi, finale da cardiopalma a parte, e che l’intera impalcatura creata dagli sceneggiatori avesse dei buchi giganteschi di trama, solo che all’epoca il problema si poteva (ancora) risolvere. Poi è arrivata la quarta stagione, che non ha risolto un quesito che fosse uno tra tutti quelli sollevati in precedenza. E il mordente è calato, così come gli ascolti. La quinta ha introdotto i salti temporali, che hanno solo incasinato le cose fino alla presunta deflagrazione. La sesta, perlopiù inutile e ammorbata da flashsideways riempitivi, una realtà alternativa la cui natura l’abbiamo capita solo con l’episodio 18. Guardando gli ultimi dieci minuti sono arrivato alla conclusione che vedere Lost è tutta questione di aspettative, di fede e scienza, e che la soddisfazione dipende dal voltare le spalle a Jack Shepard e abbracciare le fantasie di John Locke. Che poi è la scelta più comoda per tutti.
Perché vedete, io posso capire che gli autori si siano incartati cercando di creare qualcosa che fosse più grande di loro, che Lost è i personaggi e il modo in cui le loro vite si intrecciano l’una con l’altra. Posso anche trovarmi d’accordo quando si dice che “è molto meglio limitarsi a giocare con la scatola piuttosto che sapere a tutti i costi cosa contiene”, ma è anche vero che la narrazione come la conosco io comprende delle regole, dei patti fra lettore (spettatore in questo caso) e scrittore, e che tali premesse non si possono infrangere e sperare che nessuno se ne accorga. Se la storia è tua, tuo è il compito di concluderla risolvendo tutti gli enigmi. Magari posso non essere d’accordo su come viene fatto, o su come si conclude, e il finale aperto ci può stare, ma una risposta, anche solo approssimativa, bisogna darla se la domanda si basa sull’intera economia della vicenda. Quello che è stato fatto nell’ultimo episodio è scorretto ed è molto peggio che barare o limitarsi a non far quadrare i conti.
E’ sviare. E’ sfruttare il sentimentalismo della gente, accumulato in anni e anni di attesa, per distrarre dagli spaventosi interrogativi a cui non sono stati capaci di dare una risposta. Altro che mostro, il fumo è nostro, nei nostri occhi. E questo a me non va bene, non lo accetto come non accetto che mi si dica che io Lost “non l’ho capito”, perché non c’è niente da capire. Gli ultimi dieci minuti sono bellissimi, sia chiaro. Non c’è una sola cosa fuori posto. Lacrime, abbracci, figli partoriti, primi piani tra i più intensi, montaggio a regola d’arte, musiche toccanti. Sì, okay, ma poi? Non posso e non voglio credere che i migliori sceneggiatori del mondo non sapessero trovare alternative migliori di tirare lo sciacquone prima e rimettere il tappo dopo, e che l’intera sesta stagione fosse un limbo, una specie di purgatorio necessario a far sì che tutti i protagonisti si ritrovassero per poi trascorrere l’aldilà assieme, oltre la luce della chiesa. Non puoi venirmi a dire dopo 100 e passa puntate che la stringa di numeri maledetti non è altro che il numero corrispondente dei candidati messo in fila uno dopo l’altro, che un nome sul muro è solo un nome, che Jacob è il bene e il mostro il male.
Ma grazie al cazzo.
Che fine ha fatto Walt, che era così importante nei primi episodi e poi il suo ruolo è stato accantonato? Perché il sensitivo ha messo in guardia Claire? Come mai la statua in rovina ha quattro dita dei piedi e Sayid non manca di farcelo notare? Che ruolo ha il giapponese nel tempio per tutta la sesta stagione? Perché sembra che nessuna donna rimasta incinta sull’isola sopravviva? Chi è davvero la madre di Daniel Faraday, e come faceva a sapere tutte quelle cose sull’isola? Cos’è l’isola e quella grotta piena di luce?
Come mai? Cos’è? Perché? Lost si riduce a questo: domande, domande, domande, e io proprio non ne capisco il senso, di incuriosire senza poi riuscire a dare una risposta. A meno che questo non fosse l’unico modo per gabbare gli appassionati fino all’ultimo, con un trucco dentro l’altro, con i continui “non sei pronto, non capiresti, non posso dirtelo”, e sbattersene delle promesse non mantenute, delle sottotrame senza senso, dei misteri che misteri non sono. Tanto Lost è Lost, e ormai è finito, lasciandomi un vuoto che spero di poter colmare con Fringe.