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New Moon, di Stephenie Meyer
Meno di zero, di Bret Easton Ellis
La cosa dei monti Catskill, di Alan Ryan
Uomini che odiano le donne, di Stieg Larsson
La metà oscura, di Stephen King
Le creature del buio, di Stephen King
Hunger Games, di Suzanne Collins
A caccia della bestia da un miliardo di piedi, di Tom Wolfe
Nodo di sangue, di Laurell K. Hamilton
Through the storm, di Lynn Spears

Brutti forse non è il termine adatto. Sottotono, magari, se confrontati ai capolavori del post precedente, con due eccezioni: New moon e Nodo di sangue mi hanno proprio fatto cagare. Non chiedetemi perché li ho letti.
Le creature del buio l’ho abbandonato a pagina 100 con la promessa di riprenderlo più avanti. Non mi era mai successo con un libro di King, però, e questo andava detto. La metà oscura non mi ha fatto impazzire.
Meno di zero è sopravvalutato da morire, anche se resta la voglia di approfondire l’autore.
Uomini che odiano le donne è stato troppo lento a svelarsi, molto meglio da questo punto di vista il seguito, La ragazza che giocava con il fuoco.
Gli altri così così.

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A metà strada fra reportage giornalistico e romanzo, in grado di incollare alla pagina grazie al suo meccanismo narrativo perfetto, A sangue freddo è una lettura obbligatoria per tanti motivi: i contenuti agghiaccianti sviscerati in ogni dettaglio e il modo in cui viene raccontata la vita dei protagonisti, due sciagurati assassini condannati a morte per lo sterminio di una famiglia in Kansas, messa sotto una lente d’ingrandimento spietata e capace di cogliere anche la più piccola sfumatura; la prosa sempre fluida, potente e azzeccata di Truman Capote, la cui abilità è notevole nell’inventare non solo un nuovo genere letterario, ma anche nel mantenere un equilibrio per tutta la durata della storia e restare fuori dalla faccenda senza dare giudizi scontati.
Il lavoro di documentazione, dopotutto, ha spinto l’autore ad andare sul luogo del delitto a studiare il caso per sei lunghi anni, e questo si vede, si legge, si sente nell’amarezza profonda di certi passi, nel modo in cui il cappio si stringe attorno al collo di Perry, nel magone che viene quando ci si ricorda di Nancy e a come sarebbe potuta diventare, e, soprattutto, al mistero insoluto di come si possa porre fine all’esistenza di quattro persone innocenti con tanta ferocia, per un bottino di soli quaranta dollari.
A sangue freddo è la storia di una storia che non sarebbe dovuta accadere, è la freddezza di una mente omicida che non vuol sentire ragioni, è l’ultimo giorno di vita di una famiglia nel tranquillo abitato di Holcomb. E’ il cordoglio nel guardare quattro lapidi in terra.
A sangue freddo ti smuove qualcosa dentro. Se volete sapere cosa, andate in libreria e scopritelo.

Il ciclo di Hyperion parte da premesse semplici: la razza umana, dopo aver abbandonato Vecchia Terra a causa di un disastro, il Grande Sbaglio, ha colonizzato più di duecento pianeti, governati dall’Egemonia e chiamati Rete dei Mondi. I miliardi di abitanti si spostano usando le tecnologie più svariate: Criofuga a bordo di navi dotate di motori Hawking e Teleporter capaci di spostare la materia da un punto all’altro della galassia istantaneamente. A riempire il vuoto fra una stella e l’altra vi è Hyperion, cuore della saga, uno dei nove mondi labirinto e luogo dove molti sono i misteri da svelare, perché lì abita lo Shrike, una creatura dai poteri sconfinati in grado di manipolare le maree del tempo e minacciare la vita così come la si conosce. Ispirata in parte ai Canterbury Tales e in parte ai lavori dello stesso Keats da cui questo romanzo prende il nome, la vicenda inizia in medias res, con uno sparuto gruppo di pellegrini che racconta ognuno la propria storia e le circostanze che li hanno portati sul pianeta. A fare da cornice, in questo capolavoro della fantascienza, regna sovrana la fantasia dell’autore nel ricreare un universo variegato, sempre plausibile, di un fascino unico e magnetico.
Una terra di mezzo tra le stelle, senza esagerare.
Dal sovraffollamento di Tau Ceti Centro ai boschi di Garden, dagli abissi di Mare Infinitum alle lande desertiche di Hebron passando per i ghiacci perenni di Sol Draconis Septem e gli alveari ad alta gravità di Lusus, il background imbastito dall’autore è totale e totalizzante, così come tale è l’empatia che si prova nei confronti dei protagonisti, ora umani, ora cibridi, impegnati loro malgrado in un disegno oscuro che vede coinvolti gli Ouster e le intelligenze artificiali che abitano il Nucleo.
I racconti sono favolosi, danno spunti di riflessione sulla religione, la sociologia, la natura stessa della guerra e della vita in un modo sempre diverso, spaziando dal punto di vista dei personaggi, i cui destini si incastrano in un continuo gioco di rimandi, citazioni e approfondimenti che rendono impossibile staccarsi dalle pagine.
C’è tutto, in Hyperion: la coralità di un’ambientazione come non si era mai vista, approfondita e studiata magistralmente in ogni sua parte, guerre intergalattiche e lunghe traversate spaziali, combattimenti all’arma bianca, splendide descrizioni di mondi alieni, croci e crocimorfi, isole che si spostano e delfini che comunicano, l’amore che lega un padre alla figlia affetta da una malattia incurabile, la passione di un soldato per una donna che è pura illusione, la vendetta che muove un’investigatrice per la perdita della persona cara. Sopra ogni cosa, prima ancora dello stile eccelso, del successo di critica e pubblico coronato dall’attribuzione del premio Hugo, della facilità con cui Dan Simmons proietta il lettore a viaggiare lassù, negli astri, di Hyperion resta impressa la malinconia di fondo, il mormorio sommesso di una civiltà che non è stata in grado di reinventarsi nonostante il progresso, i debiti temporali e gli anni luce macinati, e che guarda alle stelle con gli occhi inconsolabili di chi non ha più il suo pianeta natale. Un capolavoro non solo nel suo genere, che tiene testa tanto a Dune quanto agli intricati universi di Asimov, che dimostra come una storia debba essere scritta, e che a fine lettura non lascia altro che invidia nei confronti di chi deve ancora intraprendere questo viaggio meraviglioso. Ed è forse scontato dire che, una volta iniziato, tornare indietro non sarà più possibile perché dopo Hyperion niente di quello che leggerete sarà alla sua altezza.


If you try to shut out Wonder, you’ll see Death in her dark wander.

Alice nel paese della Vaporità, lo dico senza troppi giri di parole, è un romanzo che si legge in fretta, tanta e tale è la presa che la storia ha sul lettore.
Le similitudini con il capolavoro di Lewis Caroll sono poche, limitate alla presenza di qualche elemento classico rielaborato in chiave “dimitriana”, come lo psicopatico coniglio gigante che dà la caccia alla protagonista, il diavolo dei crocicchi (una specie di stregatto ancora più enigmatico) e una regina spietata che compare nelle ultime pagine. Alice nel paese delle meraviglie diventa un pretesto per narrare una storia che non vuole essere omaggio e nemmeno rilettura, ma qualcosa di ancora diverso. I personaggi della Steamland brillano di luce propria, Alice è quanto di più anti convenzionale si possa immaginare e l’ambientazione è originale al punto giusto, compressa tra realtà e allucinazione, Carne, Incanto e Sogno, fiori di cristallo, cruciciclisti e profeti-nella-nebbia. L’intuizione stessa della Vaporità come elemento in grado di amplificare le percezioni piuttosto che distorcerle è meravigliosa, sfaccettata e spiazzante. Dà l’idea di un mondo illusorio dove, fino alla fine, non si riesce in alcun modo a capire cos’è giusto e cosa sbagliato, cosa è frutto della spiccata immaginazione della protagonista e cosa esiste davvero, oltre Londra, oltre Samarcanda, oltre le pagine di un libro spedito a puntate via mail. Perché là fuori, nella Steamland, lontano da Londra e dalla sua protettiva barriera d’eliche, ci sono cose che vanno viste con occhi nuovi. Ci sono meraviglie di sconvolgente bellezza e scorci di indicibile orrore.
E niente, niente è come sembra.
Alice nel paese della vaporità è un luogo dove gli steam-rifiuti si ammassano creando colline, dove vivono strane comunità di indigeni e a miglia di distanza, ai confini dell’Insula Albionum, si estende un mare di ignote conoscenze. Alice è dove vi sono vampiri e Alberi, e i sensi si confondono nella sinestesia. Alice è Ben che non capisce, è una donna che perde un braccio e perde tutto. Alice è una travolgente, gargantuesca metafora della vita come possibilità di scelta. E’ il rumore di fondo dell’universo. E’ un fiore di cristallo che dona lo spirito.
Sebbene non mi abbia stupito come fece Pan a suo tempo (al talento ci si abitua in fretta), Dimitri dimostra un’autorevolezza notevole in stile, trovate e padronanza della penna. E’ un autore maturo, la cui voce è una ventata d’aria fresca che merita tutta l’attenzione possibile.
Smettete di prendere la Zavorra e godetevi la Vaporità.
Cavalcatela, respiratela, vivetela. Non ve ne pentirete.

Questo libro purtroppo l’ho letto solo molto tempo dopo aver visto il film a cui ha dato ispirazione: Hellraiser.
Devo dire però che questo non ha minimamente svilito la potenza evocativa e perversa, tipica di Barker, delle idee che lo sorreggono.
La scatola di Lemarchand e ciò che comporta risolvere il suo enigma, ovvero spalancare le porte di un mondo dove albergano mostri e supplizianti è una trovata affascinante, che non lascia indifferenti.  E’ una di quelle immagini disturbate che urlano genio e che solo un autore come lui riesce a portare alle estreme conseguenze, come se i protagonisti si perdessero davvero tra le pieghe del cubo di rubik maledetto che stringono tra le mani. E tanto più gli sventurati soffrono nella dimensione del dolore, tra carni straziate e spuntoni conficcati un po’ ovunque, tanto più gode il lettore nel vederli vittime di un meccanismo sadico dal quale la via di fuga è un’opzione non contemplata.
L’unico difetto? E’ corto e si esaurisce in fretta con il solo risultato di farti venire voglia di rileggerlo ancora e ancora. Ma a quel punto non è più la stessa cosa.


Non pensavo che l’avrei mai detto, perché parlare di Stephen King per me equivale a dire Dio, Scrittura, Autore con la A maiuscola, eppure La metà oscura è un romanzo fiacco, che stenta a decollare, che ho terminato a fatica e, cosa peggiore, non mi ha lasciato un fico secco.
Non basta la meravigliosa prosa del Re o l’idea – notevole – di un alter ego partorito dalla mente del suo scrittore/creatore che prende vita e inizia a rendergli un inferno l’esistenza. Manca l’elemento di stupore, l’affanno nel voltare pagina, il sottile senso di inquietudine che in tutti gli altri libri mi ha spinto fino alla fine, col fiatone.
Non che faccia schifo, eh. Lungi da me anche solo pensarlo, perché qualche bella scena c’è e George Stark è comunque un personaggio coi fiocchi. Però a un livello profondo e per qualche irrazionale motivo non mi ha convinto, non mi è piaciuto e non intendo rileggerlo. E non c’è passero che tenga.


Ho aspettato un anno, un lungo anno in cui molte sono state le domande a cui ho cercato di dare una risposta dopo aver letto Una lucida moneta d’argento. Adesso le ho trovate in parte, quelle risposte, perché La rosa e i tre chiodi è un romanzo trascinante, enormemente superiore al primo in ogni frangente, ma è anche un romanzo subdolo, che spiazza e solleva nuovi dubbi laddove si aveva avuto l’effimera illusione di aver risolto i vecchi.
Perché GL è bravo, bravissimo a tenerti sulle spine e avvolgerti nella cupa atmosfera del Dent de Nuit, ma è altrettanto capace di squarciare il velo per mostrarti la sua visione e lasciartela intravedere appena, a sprazzi, a porzioni e piccole dosi, quasi con cattiveria, sapendo che la tenebra piomberà sul lettore nell’istante stesso in cui sta per appropriarsene. Ed è questa croce e delizia di una storia che, secondo me, non trova nella struttura a trilogia la sua forma migliore.
Il resto è una lunga sequela di azione e veemenza.
Se W1 è una sorta di lungo prologo, l’anticamera dell’inferno stesso, W2 è corsa forsennata sui binari di demoniache montagne russe. Se W1 profumava e puzzava al tempo stesso di personaggi memorabili, in W2 avrete un’idea più chiara – ma mai fino in fondo – di chi è buono e chi è cattivo, di chi è destinato a vivere e chi a morire.
La rosa e i tre chiodi è un Caius Strauss mai così confuso e potente, è sentire il rintocco argentino di una campana là dove si estende il mare di Hidaric, è Rochelle la Rarefatta che brama carezze senza poterne avere e Mathis che evoca il Celibe perché è l’amore a guidare le sue mani prive di Permuta.
E’ Pilgrind il Barbuto, l’Apriporta, L’uomo dei Fiori, l’uomo dai mille nomi e dalle mille intenzioni, è un bambino che nella Berlino assediata del 45′ si lascia andare all’ambizione più sfrenata e per questo perderà ogni cosa, è Lucylle e il suo mondo fatto d’ali, cielo e dolcezza. E’ ceterastradivari e qualunque cosa significhi, oltre Parigi, oltre i varchi, oltre la rosa che sprizza sangue dal petto del Wunderkind.
E qui vi dico: se W1 vi è piaciuto, amerete anche il secondo in un modo forse complicato, odioso, quasi fosse una relazione difficile da gestire ma non per questo meno sincera, o piacevole. Sapete cosa aspettarvi, insomma.
Se il primo – al contrario – non vi ha detto molto, col secondo episodio potreste cambiare idea, perché D’Andrea arricchisce la vicenda di particolari inediti, agghiaccianti nella loro perfezione, e quello che vi sembrava non avere alcun senso nel primo capitolo, preda di uno svolgersi volutamente anarchico e nebuloso, qui assume forme, collocazioni e identità ben precise. Se invece rientrate tra i fortunati che ancora tentennano o non conoscono l’autore, il mio suggerimento è quello di leggersi W1 e 2 in rigorosa sequenza, perché è questa la chiave di volta per capire il messaggio di GL nella sua totalità.
Io, per quel che mi riguarda, mi preparo alla lunga attesa che mi separa dall’epilogo.