Archivio per la categoria ‘Stephen King’

New Moon, di Stephenie Meyer
Meno di zero, di Bret Easton Ellis
La cosa dei monti Catskill, di Alan Ryan
Uomini che odiano le donne, di Stieg Larsson
La metà oscura, di Stephen King
Le creature del buio, di Stephen King
Hunger Games, di Suzanne Collins
A caccia della bestia da un miliardo di piedi, di Tom Wolfe
Nodo di sangue, di Laurell K. Hamilton
Through the storm, di Lynn Spears

Brutti forse non è il termine adatto. Sottotono, magari, se confrontati ai capolavori del post precedente, con due eccezioni: New moon e Nodo di sangue mi hanno proprio fatto cagare. Non chiedetemi perché li ho letti.
Le creature del buio l’ho abbandonato a pagina 100 con la promessa di riprenderlo più avanti. Non mi era mai successo con un libro di King, però, e questo andava detto. La metà oscura non mi ha fatto impazzire.
Meno di zero è sopravvalutato da morire, anche se resta la voglia di approfondire l’autore.
Uomini che odiano le donne è stato troppo lento a svelarsi, molto meglio da questo punto di vista il seguito, La ragazza che giocava con il fuoco.
Gli altri così così.

Cento di questi giorni e un grazie. Grazie per le tue storie. Grazie per le emozioni, i brividi, i sudori freddi. Grazie per le risposte che troviamo leggendo i tuoi libri. Grazie per Pennywise, Annie Wilkes e Randall Flagg. Grazie per i tramonti che tremano d’orrore e la tua incredibile, spietata capacità di sondare l’animo umano come nessun altro è mai stato in grado. Grazie per esserti spinto là dove nessuno osa. Grazie per la speranza, la passione e il talento che pregna ogni tua pagina. Grazie Maestro.

Siediti, guarda e impara come si scrive (e si disegna) di vampiri. Ora puoi pure andare a flagellarti.

A Chester’s Mill è una brillante mattina d’autunno quando una misteriosa barriera cala sulla cittadina isolandola da tutto il resto. Nessuno sa di cosa si tratti né da dove venga, ma una cosa è chiara fin da subito: l’evento è di proporzioni storiche ed è destinato a creare non pochi grattacapi agli ignari abitanti. Perché tra la Cupola e il mondo esterno non vi è solo lo strano materiale simile al vetro, all’apparenza infrangibile e capace di resistere a ogni contrattacco, quanto invece i problemi di una comunità i cui cittadini non si sono mai trovati in condizioni tanto estreme, così vicini l’uno all’altro da rimanerne quasi schiacciati, come all’interno di una pentola a pressione senza valvole di sfogo. Ecco, immaginate questo e provate a pensare come ci si sente a essere Big Jim Rennie, politico di professione e venditore di auto usate da quattro soldi nel tempo libero, megalomane e malato di potere oltre ogni immaginazione. Mettetevi nei panni di Dale Barbara, ex militare di istanza in Afghanistan che si vede sbarrata la strada da questo impedimento proprio quando sta per uscire dalla città, lontano dalle cucine del Sweetbriar Rose. Guardate il mondo con l’acutezza di Julia Shumway, editore e direttore del giornale locale, o con l’amarezza della Reverenda Piper Libby, alla disperata ricerca della fede in un Dio in cui fatica a credere. Solo così capirete quello che io ho realizzato dopo averne divorato le mille e passa pagine in meno di una settimana, ovvero che The Dome è un gran libro, e non solo in senso meramente fisico. Grande è il ritmo, trascinante come mai avrei creduto, come grande è l’idea di fondo e i personaggi che la vanno a interpretare. Finale a parte, che reputo il vero punto debole dell’autore, le ultime pagine sono senz’altro le migliori e più sofferte. Vanno giù come una sorsata d’acqua fresca.
C’è un ma, però.
Ho sentito comunque, nell’ultima fatica del Re, come una sensazione a pelle molto sottile: la mancanza di qualcosa che avrebbe reso la storia migliore di così, quel quid che ha fatto la differenza nella sua vecchia produzione, e dire esattamente cosa è difficile perché fa sempre parte di un sentire molto intimo e personale. Perché The Dome è un libro bellissimo, intendiamoci, di una forza unica e soverchiante, e alcuni passaggi sono degni di quello che nel tempo è diventato il mio scrittore preferito in assoluto, ma capolavori come It e L’Ombra dello Scorpione restano lontani anni luce. Dei libri in questione The Dome non ha l’ambizione, la forza evocativa, il giusto mix di personaggi e situazioni. Manca un Randall Flagg, per esempio, o un cattivo che sia all’altezza del Pennywise che ha terrorizzato milioni di lettori, e per quanto ben caratterizzata Chester’s Mill non è Derry, non è Boulder e nemmeno Castle Rock. Sono fermamente convinto che se questo fosse stato il romanzo di un perfetto sconosciuto, probabilmente a quest’ora parleremmo di un esordio memorabile, ma dato che di mezzo c’è SK, non accontentarsi mi pare cosa buona e giusta per chi, come me, lo segue con tanta dedizione. E a chi dice che è sbagliato fare paragoni col passato, io rispondo che i romanzi del Re fanno parte di una continuità letteraria difficile da ignorare, e che trovo legittimo guardarsi indietro per constatare quanta strada è stata fatta dall’autore in questione e arrabbiarsi se, dopo tanti chilometri macinati, Zio Steve inciampa nei suoi stessi piedi. Non un capolavoro, quindi, ma “solo” un bel libro.
The Dome è una sfortunata marmotta tranciata in due il Giorno della Cupola, è l’acume di Joe spaventapasseri McClatchey che riesce a vincere su tutto, è l’amore di Rusty Everett per le figlie e la rabbia di Piper Libby per l’ingiustizia della polizia locale. The Dome è Junior Rennie che giace con due cadaveri nel buio della dispensa dei McCain, è sentire il caldo innaturale che aleggia nell’aria stantia di Chester’s Mill al volgere di Novembre mentre il sole si tinge di un rosso malato, è vedere le foglie ancora attaccate ai rami degli alberi sulla terra e grottesche stelle cadenti rosa nella volta del cielo. The Dome è la paura che si legge negli occhi di Alice e Aidan Appleton, i cuporfani, è un generatore che smette di funzionare scatenando il panico, è una scatola dagli inquietanti riverberi viola, una lente d’ingrandimento brandita da dita malevole al puro scopo di ingigantire ogni cosa per poi bruciarla e stare a guardare cosa succede, perché la Cupola è un dio con la faccia di cuoio e stavolta le formiche siamo noi.
The Dome è “solo” un bel libro.
Ma ad avercene di libri così.

The Dome. E’ arrivato. Un malloppo di 1036 pagine, caratteri piiiiiiiccoli piccoli come piacciono a me, un centinaio di personaggi coinvolti e un solo nome che giganteggia in copertina: Stephen King.
Temo che mi tratterrò a lungo a Chester’s Mill. E’ una cittadina deliziosa, sapete?
Certo, la gente qui tende a non farsi mai gli affari propri, le scorte di cibo iniziano a scarseggiare e per la corrente devo solo ringraziare i generatori di propano. E poi c’è la cupola, ovviamente, scesa dal cielo come una barriera impenetrabile. Fino a quando non trovo una via di fuga, non ci sono per nessuno.