Archivio per agosto, 2010

Il ciclo di Hyperion parte da premesse semplici: la razza umana, dopo aver abbandonato Vecchia Terra a causa di un disastro, il Grande Sbaglio, ha colonizzato più di duecento pianeti, governati dall’Egemonia e chiamati Rete dei Mondi. I miliardi di abitanti si spostano usando le tecnologie più svariate: Criofuga a bordo di navi dotate di motori Hawking e Teleporter capaci di spostare la materia da un punto all’altro della galassia istantaneamente. A riempire il vuoto fra una stella e l’altra vi è Hyperion, cuore della saga, uno dei nove mondi labirinto e luogo dove molti sono i misteri da svelare, perché lì abita lo Shrike, una creatura dai poteri sconfinati in grado di manipolare le maree del tempo e minacciare la vita così come la si conosce. Ispirata in parte ai Canterbury Tales e in parte ai lavori dello stesso Keats da cui questo romanzo prende il nome, la vicenda inizia in medias res, con uno sparuto gruppo di pellegrini che racconta ognuno la propria storia e le circostanze che li hanno portati sul pianeta. A fare da cornice, in questo capolavoro della fantascienza, regna sovrana la fantasia dell’autore nel ricreare un universo variegato, sempre plausibile, di un fascino unico e magnetico.
Una terra di mezzo tra le stelle, senza esagerare.
Dal sovraffollamento di Tau Ceti Centro ai boschi di Garden, dagli abissi di Mare Infinitum alle lande desertiche di Hebron passando per i ghiacci perenni di Sol Draconis Septem e gli alveari ad alta gravità di Lusus, il background imbastito dall’autore è totale e totalizzante, così come tale è l’empatia che si prova nei confronti dei protagonisti, ora umani, ora cibridi, impegnati loro malgrado in un disegno oscuro che vede coinvolti gli Ouster e le intelligenze artificiali che abitano il Nucleo.
I racconti sono favolosi, danno spunti di riflessione sulla religione, la sociologia, la natura stessa della guerra e della vita in un modo sempre diverso, spaziando dal punto di vista dei personaggi, i cui destini si incastrano in un continuo gioco di rimandi, citazioni e approfondimenti che rendono impossibile staccarsi dalle pagine.
C’è tutto, in Hyperion: la coralità di un’ambientazione come non si era mai vista, approfondita e studiata magistralmente in ogni sua parte, guerre intergalattiche e lunghe traversate spaziali, combattimenti all’arma bianca, splendide descrizioni di mondi alieni, croci e crocimorfi, isole che si spostano e delfini che comunicano, l’amore che lega un padre alla figlia affetta da una malattia incurabile, la passione di un soldato per una donna che è pura illusione, la vendetta che muove un’investigatrice per la perdita della persona cara. Sopra ogni cosa, prima ancora dello stile eccelso, del successo di critica e pubblico coronato dall’attribuzione del premio Hugo, della facilità con cui Dan Simmons proietta il lettore a viaggiare lassù, negli astri, di Hyperion resta impressa la malinconia di fondo, il mormorio sommesso di una civiltà che non è stata in grado di reinventarsi nonostante il progresso, i debiti temporali e gli anni luce macinati, e che guarda alle stelle con gli occhi inconsolabili di chi non ha più il suo pianeta natale. Un capolavoro non solo nel suo genere, che tiene testa tanto a Dune quanto agli intricati universi di Asimov, che dimostra come una storia debba essere scritta, e che a fine lettura non lascia altro che invidia nei confronti di chi deve ancora intraprendere questo viaggio meraviglioso. Ed è forse scontato dire che, una volta iniziato, tornare indietro non sarà più possibile perché dopo Hyperion niente di quello che leggerete sarà alla sua altezza.