Archivio per novembre, 2009


Checchè se ne dica, a me questo Tarlo della lettura sta piacendo un sacco, e io per primo sono stato scettico sull’effettiva riuscita del progetto.
Invece l’aspetto grafico è curato, dà al tomo un piacevole effetto vintage e i commenti, che ho trovato quasi sempre esilaranti e utilissimi, seguono percorsi precisi come all’interno di una playlist musicale. Esistono categorie, approfondimenti, 100 ulteriori libri forse meno conosciuti ma meritevoli di attenzione, insomma, non li hanno presi e buttati lì a casaccio come potrebbe pensare qualcuno. E a chi dice che tanto si possono leggere gratis io rispondo che trovarseli stampati, visionabili a colpo d’occhio, con un indice preciso, è qualcosa di diverso, intuitivo e molto più stimolante. Perché se è vero che 18 euro non sono pochi, è altrettanto vero che stiamo parlando di un hardcover i cui diritti d’autore andranno a Emergency, con una modalità di fruizione che internet, per quanto semplice, non può offrire con la stessa scioltezza. Io stesso ho scoperto libri che mai avrei pensato di voler acquistare, come altrettante conferme di titoli che faranno la polvere sullo scaffale perché so, grazie all’intervento di qualcuno, che non ne vale la pena.
In definitiva era ora che qualcuno pubblicasse un libro che parla di libri scritto da gente che i libri li legge davvero, senza marchette, senza censure, senza secondi fini, con la stessa onestà di chi esprime un parere tra amici, ora con veemenza, ora con sarcasmo, ora con semplice spontaneità, senza che venga mai a mancare ciò che veramente accomuna tutti gli utenti di aNobii: una passione per la lettura quasi viscerale. Non so davvero cos’altro chiedere, a parte magari un Tarlo 2: la vendetta della rilegatura scollata, forse l’unica mancanza di questo esperimento che tutto sommato è andato a buon fine.

Quello che sto vivendo è un periodo pieno di cose belle, brutte e mediamente fastidiose. Ho fatto acquisti libreschi, McCarthy e Centi su tutti, conosciuto gente interessante, dato esami dei quali aspetto ancora i risultati e non vedo l’ora di mettere le mani su questo, in uscita domani. Sono curioso di sapere se ne è valsa la pena e il modo in cui la Rizzoli si è presa la briga di curare l’iniziativa. Alla fine tra i commenti dovreste trovare anche il mio (o i miei, non è ancora chiaro), e la cosa ha senz’altro un peso non indifferente sulla scelta di comprarlo o lasciarlo sullo scaffale, anche solo per un piacevole ricordo e per il fatto che, qualità a parte, l’intero devoluto andrà in beneficenza.
Provo comunque molto fastidio per i giudizi negativi a priori che iniziano a fioccare, probabilmente da gente il cui unico fine è rosicare in un modo tanto plateale da cadere nel ridicolo, soprattutto perché il libro non è ancora in commercio e quindi ogni critica, positiva o negativa che sia, non ha luogo d’esistere.
Per il resto non saprei che dire. Sto attraversando una fase in cui apatia e voglia di fare si scontrano senza che nessuna delle due esca vincitrice, con la sola nota positiva del Laboratorio di Composizione in Lingua italiana a cui sono stato ammesso. Sono strano, lo so, ma meno male che tra dieci giorni parto per Londra e vaffanbagno, nella capitale britannica mi ci voglio perdere in ogni senso.
Ah, ho anche iniziato a scribacchiare un nuovo racconto. E’ confuso, diverso da qualsiasi altra cosa abbia mai scritto e si agita nella mia mente senza capo né coda come se non ne volesse sapere di manifestarsi in forme più consone. E’ capriccioso, volubile e per il momento non mi ha detto altro che il suo nome: Quando s’alza il vento.

A Chester’s Mill è una brillante mattina d’autunno quando una misteriosa barriera cala sulla cittadina isolandola da tutto il resto. Nessuno sa di cosa si tratti né da dove venga, ma una cosa è chiara fin da subito: l’evento è di proporzioni storiche ed è destinato a creare non pochi grattacapi agli ignari abitanti. Perché tra la Cupola e il mondo esterno non vi è solo lo strano materiale simile al vetro, all’apparenza infrangibile e capace di resistere a ogni contrattacco, quanto invece i problemi di una comunità i cui cittadini non si sono mai trovati in condizioni tanto estreme, così vicini l’uno all’altro da rimanerne quasi schiacciati, come all’interno di una pentola a pressione senza valvole di sfogo. Ecco, immaginate questo e provate a pensare come ci si sente a essere Big Jim Rennie, politico di professione e venditore di auto usate da quattro soldi nel tempo libero, megalomane e malato di potere oltre ogni immaginazione. Mettetevi nei panni di Dale Barbara, ex militare di istanza in Afghanistan che si vede sbarrata la strada da questo impedimento proprio quando sta per uscire dalla città, lontano dalle cucine del Sweetbriar Rose. Guardate il mondo con l’acutezza di Julia Shumway, editore e direttore del giornale locale, o con l’amarezza della Reverenda Piper Libby, alla disperata ricerca della fede in un Dio in cui fatica a credere. Solo così capirete quello che io ho realizzato dopo averne divorato le mille e passa pagine in meno di una settimana, ovvero che The Dome è un gran libro, e non solo in senso meramente fisico. Grande è il ritmo, trascinante come mai avrei creduto, come grande è l’idea di fondo e i personaggi che la vanno a interpretare. Finale a parte, che reputo il vero punto debole dell’autore, le ultime pagine sono senz’altro le migliori e più sofferte. Vanno giù come una sorsata d’acqua fresca.
C’è un ma, però.
Ho sentito comunque, nell’ultima fatica del Re, come una sensazione a pelle molto sottile: la mancanza di qualcosa che avrebbe reso la storia migliore di così, quel quid che ha fatto la differenza nella sua vecchia produzione, e dire esattamente cosa è difficile perché fa sempre parte di un sentire molto intimo e personale. Perché The Dome è un libro bellissimo, intendiamoci, di una forza unica e soverchiante, e alcuni passaggi sono degni di quello che nel tempo è diventato il mio scrittore preferito in assoluto, ma capolavori come It e L’Ombra dello Scorpione restano lontani anni luce. Dei libri in questione The Dome non ha l’ambizione, la forza evocativa, il giusto mix di personaggi e situazioni. Manca un Randall Flagg, per esempio, o un cattivo che sia all’altezza del Pennywise che ha terrorizzato milioni di lettori, e per quanto ben caratterizzata Chester’s Mill non è Derry, non è Boulder e nemmeno Castle Rock. Sono fermamente convinto che se questo fosse stato il romanzo di un perfetto sconosciuto, probabilmente a quest’ora parleremmo di un esordio memorabile, ma dato che di mezzo c’è SK, non accontentarsi mi pare cosa buona e giusta per chi, come me, lo segue con tanta dedizione. E a chi dice che è sbagliato fare paragoni col passato, io rispondo che i romanzi del Re fanno parte di una continuità letteraria difficile da ignorare, e che trovo legittimo guardarsi indietro per constatare quanta strada è stata fatta dall’autore in questione e arrabbiarsi se, dopo tanti chilometri macinati, Zio Steve inciampa nei suoi stessi piedi. Non un capolavoro, quindi, ma “solo” un bel libro.
The Dome è una sfortunata marmotta tranciata in due il Giorno della Cupola, è l’acume di Joe spaventapasseri McClatchey che riesce a vincere su tutto, è l’amore di Rusty Everett per le figlie e la rabbia di Piper Libby per l’ingiustizia della polizia locale. The Dome è Junior Rennie che giace con due cadaveri nel buio della dispensa dei McCain, è sentire il caldo innaturale che aleggia nell’aria stantia di Chester’s Mill al volgere di Novembre mentre il sole si tinge di un rosso malato, è vedere le foglie ancora attaccate ai rami degli alberi sulla terra e grottesche stelle cadenti rosa nella volta del cielo. The Dome è la paura che si legge negli occhi di Alice e Aidan Appleton, i cuporfani, è un generatore che smette di funzionare scatenando il panico, è una scatola dagli inquietanti riverberi viola, una lente d’ingrandimento brandita da dita malevole al puro scopo di ingigantire ogni cosa per poi bruciarla e stare a guardare cosa succede, perché la Cupola è un dio con la faccia di cuoio e stavolta le formiche siamo noi.
The Dome è “solo” un bel libro.
Ma ad avercene di libri così.

In un futuro incerto, dove gli Stati Uniti sono divisi in tredici distretti e portano il nome di Panem, al potere vi sono gli abitanti di Capitol City, unica vera città della nazione, arroccata tra le Montagne Rocciose. Lì qualcuno ha avuto la bella idea di allestire un reality show che ha per protagonisti una coppia di ragazzi per ogni distretto, un maschio e una femmina, sorteggiati da una malefica lotteria fra milioni di candidati. I “fortunati” vengono chiamati Tributi perché è questo l’omaggio di sangue che pretende la capitale dopo la ribellione dei Giorni Bui. Sostanza del programma è il sistematico annientamento dei giocatori, lasciati liberi all’interno di un’arena vastissima, fino a quando in vita non ne rimane solo uno. Non esistono regole e non c’è un modo giusto o sbagliato di agire. Essenziale è divertire il pubblico e aggraziarsi l’attenzione degli sponsor, gli unici in grado di provvedere ai rifornimenti. Il resto è furbizia, capacità d’osservazione e cieco istinto di sopravvivenza, perché in questa mattanza non c’è spazio per i sentimenti, le alleanze durano l’arco di una notte e l’amicizia è cosa impossibile.
Detto questo, poiché un breve cenno alla premessa mi sembrava doveroso, posso dire che Hunger Games è un libro tutto sommato ben scritto. Possiede il grande pregio di scorrere in fretta e avvince il lettore con una innumerevole quantità di trucchetti, ma, ahimè, ha anche il difetto di mancare di profondità in qualsivoglia frangente. Pecca anche in originalità, a dirla tutta, dato che tra le sue pagine ho trovato più di un debito nei confronti di autori come Stephen King (La lunga marcia e L’uomo in fuga) e frequenti rimandi al manga Battle Royale. E poi, per quanto la trama sia ben studiata e il mordente non venga mai meno, la verità è che la storia si dimentica con la stessa velocità con cui la si porta a termine, rendendo di fatto il libro nulla più di una piacevole pausa tra una lettura impegnativa e l’altra.
Le scelte sono due: se cercate qualcosa di leggero e zeppo di azione senza fronzoli, questo è il romanzo che fa per voi. E’ serrato, sa come catturare l’attenzione e i due protagonisti hanno il fascino magnetico di chi non ha niente da perdere, così furiosi nel loro aggrapparsi a tutti i costi alla vita e alla vittoria, una volta che i giochi saranno finiti. Di contro, se la narrazione in prima persona non vi piace, detestate le trilogie (e questo è solo il primo tomo), volete una complessità d’intreccio e introspezione psicologica anche solo superiore alla media, passate oltre e lasciate che per gli Hunger Games venga sorteggiato qualcun altro. Non vi perdete niente se non intrattenimento fine a se stesso.

Mi sono imbattuto in questo filmato mentre ascoltavo della musica, così, per puro caso, e ricordo di aver letto il libro nello stesso modo, prestato da un’amica anni fa.
Ricordo lo scetticismo con cui lo avevo iniziato e il languore alla bocca dello stomaco che mi aveva lasciato una volta giunto alla fine. La profondità delle parole, il naturale cinismo di una madre mancata che sconfina nella dolcezza più assoluta, l’inespresso amore di fondo che ti contagia. Poi c’è stato Un uomo e in rapida successione La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione. E alla fine per me, aldilà degli estremismi degli ultimi anni, oltre il vaneggiare dovuto forse a una malattia profondamente ingiusta come il cancro, Oriana Fallaci resta una donna di una forza soverchiante. Da ammirare, ricordare, imitare negli slanci. Forse.

Che le case editrici non siano enti benefici la trovo una verità ovvia per tutti, e nonostante a me le operazioni commerciali non piacciano, almeno in esse un senso c’è: fare denaro, racimolare dindini, svuotare le tasche dei consumatori. Chiamatelo come volete, la sostanza è quella. E in fondo il pane lo si deve pur guadagnare, no? Siamo in un mercato libero, nessuno obbliga nessuno a comprare nulla. Poi però leggo questo e non so se vomitare, rabbrividire o lasciarmi andare a entrambe le cose, magari contemporaneamente, perché proprio non ce la faccio a stare zitto. E’ più forte di me.
La vera storia di Stephenie Meyer? E cosa ci sarà mai da raccontare? Dei Mormoni? Di quando lei abbia candidamente affermato di scrivere sui vampiri senza aver mai letto Stoker? Di come l’idea di un personaggio come Edward le sia venuta mentre preparava il sugo?
Perché a volte non solo si supera la decenza, ma si rischia anche di cadere nel ridicolo. Secondo me siamo alla frutta.