Archivio per aprile, 2010

Questo libro purtroppo l’ho letto solo molto tempo dopo aver visto il film a cui ha dato ispirazione: Hellraiser.
Devo dire però che questo non ha minimamente svilito la potenza evocativa e perversa, tipica di Barker, delle idee che lo sorreggono.
La scatola di Lemarchand e ciò che comporta risolvere il suo enigma, ovvero spalancare le porte di un mondo dove albergano mostri e supplizianti è una trovata affascinante, che non lascia indifferenti.  E’ una di quelle immagini disturbate che urlano genio e che solo un autore come lui riesce a portare alle estreme conseguenze, come se i protagonisti si perdessero davvero tra le pieghe del cubo di rubik maledetto che stringono tra le mani. E tanto più gli sventurati soffrono nella dimensione del dolore, tra carni straziate e spuntoni conficcati un po’ ovunque, tanto più gode il lettore nel vederli vittime di un meccanismo sadico dal quale la via di fuga è un’opzione non contemplata.
L’unico difetto? E’ corto e si esaurisce in fretta con il solo risultato di farti venire voglia di rileggerlo ancora e ancora. Ma a quel punto non è più la stessa cosa.

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Non pensavo che l’avrei mai detto, perché parlare di Stephen King per me equivale a dire Dio, Scrittura, Autore con la A maiuscola, eppure La metà oscura è un romanzo fiacco, che stenta a decollare, che ho terminato a fatica e, cosa peggiore, non mi ha lasciato un fico secco.
Non basta la meravigliosa prosa del Re o l’idea – notevole – di un alter ego partorito dalla mente del suo scrittore/creatore che prende vita e inizia a rendergli un inferno l’esistenza. Manca l’elemento di stupore, l’affanno nel voltare pagina, il sottile senso di inquietudine che in tutti gli altri libri mi ha spinto fino alla fine, col fiatone.
Non che faccia schifo, eh. Lungi da me anche solo pensarlo, perché qualche bella scena c’è e George Stark è comunque un personaggio coi fiocchi. Però a un livello profondo e per qualche irrazionale motivo non mi ha convinto, non mi è piaciuto e non intendo rileggerlo. E non c’è passero che tenga.


Ho aspettato un anno, un lungo anno in cui molte sono state le domande a cui ho cercato di dare una risposta dopo aver letto Una lucida moneta d’argento. Adesso le ho trovate in parte, quelle risposte, perché La rosa e i tre chiodi è un romanzo trascinante, enormemente superiore al primo in ogni frangente, ma è anche un romanzo subdolo, che spiazza e solleva nuovi dubbi laddove si aveva avuto l’effimera illusione di aver risolto i vecchi.
Perché GL è bravo, bravissimo a tenerti sulle spine e avvolgerti nella cupa atmosfera del Dent de Nuit, ma è altrettanto capace di squarciare il velo per mostrarti la sua visione e lasciartela intravedere appena, a sprazzi, a porzioni e piccole dosi, quasi con cattiveria, sapendo che la tenebra piomberà sul lettore nell’istante stesso in cui sta per appropriarsene. Ed è questa croce e delizia di una storia che, secondo me, non trova nella struttura a trilogia la sua forma migliore.
Il resto è una lunga sequela di azione e veemenza.
Se W1 è una sorta di lungo prologo, l’anticamera dell’inferno stesso, W2 è corsa forsennata sui binari di demoniache montagne russe. Se W1 profumava e puzzava al tempo stesso di personaggi memorabili, in W2 avrete un’idea più chiara – ma mai fino in fondo – di chi è buono e chi è cattivo, di chi è destinato a vivere e chi a morire.
La rosa e i tre chiodi è un Caius Strauss mai così confuso e potente, è sentire il rintocco argentino di una campana là dove si estende il mare di Hidaric, è Rochelle la Rarefatta che brama carezze senza poterne avere e Mathis che evoca il Celibe perché è l’amore a guidare le sue mani prive di Permuta.
E’ Pilgrind il Barbuto, l’Apriporta, L’uomo dei Fiori, l’uomo dai mille nomi e dalle mille intenzioni, è un bambino che nella Berlino assediata del 45′ si lascia andare all’ambizione più sfrenata e per questo perderà ogni cosa, è Lucylle e il suo mondo fatto d’ali, cielo e dolcezza. E’ ceterastradivari e qualunque cosa significhi, oltre Parigi, oltre i varchi, oltre la rosa che sprizza sangue dal petto del Wunderkind.
E qui vi dico: se W1 vi è piaciuto, amerete anche il secondo in un modo forse complicato, odioso, quasi fosse una relazione difficile da gestire ma non per questo meno sincera, o piacevole. Sapete cosa aspettarvi, insomma.
Se il primo – al contrario – non vi ha detto molto, col secondo episodio potreste cambiare idea, perché D’Andrea arricchisce la vicenda di particolari inediti, agghiaccianti nella loro perfezione, e quello che vi sembrava non avere alcun senso nel primo capitolo, preda di uno svolgersi volutamente anarchico e nebuloso, qui assume forme, collocazioni e identità ben precise. Se invece rientrate tra i fortunati che ancora tentennano o non conoscono l’autore, il mio suggerimento è quello di leggersi W1 e 2 in rigorosa sequenza, perché è questa la chiave di volta per capire il messaggio di GL nella sua totalità.
Io, per quel che mi riguarda, mi preparo alla lunga attesa che mi separa dall’epilogo.

Piccola premessa: qualcuno su aNobii ha suggerito che l’autrice si limitasse a fare la casalinga o la lattaia. Io opto per una pratica verniciatrice di ringhiere o, comunque, qualsiasi professione non contempli il battere a casaccio i tasti per produrre un best seller. Detto questo New Moon l’ho trovato, strano a dirsi, superiore al primo, e per superiore intendo solo qualche gradino sopra il livello della comune carta straccia. La storia è ancora inesistente, i vampiri della Meyer continuano a non essere vampiri e la protagonista è sempre una perfetta cretina, ma almeno in questo caso Isabella si contiene evitando di oltrepassare le dementi vette di idiozia raggiunte in Twilight, e il personaggio di Jacob è di gran lunga più interessante di Edward-quanto-sono-gnocco-perché-sbrilluccico-Cullen.
Di una cosa sono sicuro, anzi no, due: la prima è che se questi libri non me li avessero prestati non avrei mai investito né il mio tempo né un solo centesimo del mio denaro in questa saga che è, per farle un complimento, leggermente sopravvalutata. La seconda è che c’è una parte di me, forse la più malata, oscura e masochista, che ha ancora voglia di scoprire quali pozzi d’orrore ha scoperchiato Stephenie con Eclipse e Breaking Dawn, quindi è probabile che questa recensione abbia un seguito in futuro.