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iSlate, iTablet, in conclusione Jobs ha scelto forse il nome più scontato per il suo nuovo dispositivo, la tavoletta dei sogni che tutti erano ansiosi di vedere: iPad. Credo che la scelta di cambiare solo una vocale sia stata voluta, perché il tablet Apple è, alla fine della fiera, solo un grande e grosso iPod Touch. O un iPhone con problemi di peso, nella versione 3G che non telefona. Quello che forse avrebbero dovuto conoscere ai piani alti era il significato alternativo di iPad. Bastava una semplice ricerca su Google. O magari lo sapevano e questa è l’ennesima genialata di viral marketing.
Piccola premessa: io sono quello che in gergo viene definito Apple geek, un bimbominkia della mela. Ho un Macbook Pro, un iPhone 3GS, tre iPod (4 gen, photo e touch) e se avessi le disponibilità economiche mi sarei già fatto un iMac da 27′. Quindi è altamente probabile che quando iPad arriverà da noi, la voglia di possederne uno vincerà su tutto. Però mentirei se dicessi che la presentazione non mi ha lasciato perplesso, perché francamente mi aspettavo molto, molto di più. Conclusa la conferenza ho pensato: è tutto qui? Ok, esteticamente è bellissimo. Cornice rifinita che richiama gli ultimi Macbook Pro, design sottile, wi-fi, bluetooth e un display generoso che sembra di estrema qualità. Ma poi? Non so voi, ma io questa rivoluzione proprio non l’ho vista. Se qualcuno me la spiega mi fa un favore. Per Jobs un gioiellino come l’iPad dovrebbe riempire la fetta di mercato che sta a metà strada tra un pc, un e-book reader e un netbook, ma a me la cosa non convince. Non con questi presupposti.
Come pc è limitato perché il sistema operativo è una versione leggermente più evoluta dell’iPhone OS con la medesima interfaccia, quindi non è un Mac e non ci puoi installare quello che ti pare, dipendendo completamente dall’App Store. Come lettore di e-book idem. Lo schermo sarà fantastico ma è in tutto e per tutto un lcd, quindi scordatevi pure il contrasto e la brillantezza della tecnologia a inchiostro elettronico. Senza contare che il negozio di libri online, iBooks, è disponibile solo per il mercato americano. Qualcosa mi dice che per vederlo in Italia bisognerà fare un fioretto. Navigatore internet? Sarebbe eccezionale se a Cupertino non avessero pensato di dotare i modelli 3g di micro-sim, quindi se non sei sotto copertura wi-fi ti attacchi. Della serie, come per iBooks bisognerà aspettare che i gestori italiani si adeguino, se e quando lo faranno. Vogliamo parlare di autonomia? Le specifiche ufficiali parlano di 10 ore di uso ininterrotto, non è chiaro se come riproduttore di contenuti multimediali o altro. Io vi dico solo che con questo ci ho fatto 21 (ventuno) giorni di letture costanti. Non è figo come l’iPad, non è a colori e compagnia bella, ma almeno l’unica cosa che sa fare la fa bene.
Che cosa resta alla fine? Un costoso giocattolone, una meravigliosa cornice da portare in giro per giochi, video, riviste interattive e tutte le applicazioni già funzionanti su iPhone, con la sola differenza che le dimensioni non lo rendono altrettanto comodo. E il prezzo non è proprio da tutti.
Forse dovremmo iniziare a chiamare le cose con il proprio nome. iPad di innovativo non ha un fico secco, non detta nuovi standard tecnologici e non fa nulla in più degli strumenti di cui dispongo. Anzi, si porta in eredità tutta una serie di difetti che mi avevano fatto storcere il naso proprio riguardo al suo fratellino telefonico: mancanza del multitasking e piattaforma blindata. Sarà un eccezionale veicolo di convergenza, certo, così bello da vedere e da usare, e tutti lo vorranno perché nessuno riesce a vendere il ghiaccio agli eschimesi con la stessa eleganza di Jobs, ma le vere rivoluzioni Apple le ha già fatte e di certo non sono state alla conferenza di ieri. Non bastano le finezze visive di usare un dito per voltare le pagine di un libro come se fosse vero quando il display su cui lo leggo affatica la vista e la batteria mi dura un miliardesimo in meno di un lettore dedicato. Non mi puoi creare una versione ad hoc di iWork e poi tralasciare la presenza di una videocamera per le teleconferenze, o una gestione dei file degna di questo nome. Non si può pretendere che al pubblico vada bene un aggeggio che non è in grado di mantenere attivi nemmeno due applicativi contemporaneamente. Così si rischia di scontentare tanto il cliente occasionale quanto chi ci vorrebbe lavorare seriamente. Non lo so, forse sono io a essermi aspettato troppo, o forse, per una volta, Steve ha cagato fuori dalla tazza.
A questo punto direi che Amazon può dormire sonni ben più che tranquilli, perché gli e-book sono e rimarranno una prerogativa del Kindle. Per quel che mi riguarda, io il mio me lo tengo stretto.

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Prendo spunto da qui e qui, e nonostante abbia già espresso quello che penso, sulla questione avrei ancora molto da dire. Comincio a ricredermi, però, e iniziamo col chiarire subito una cosa: a me piacciono i gadget tecnologici. Mi ritengo un fanboy per tutto ciò che riguarda personal computer, console da videogiochi e telefoni cellulari. Per la Apple poi soffro di una vera e propria mania.
Ma libri sono un altro discorso, e in questo determinato contesto mi sento un tipo alla vecchia maniera. Sapete perché?
Non credo di essere l’unico ad amarli anche per quello che rappresentano in senso fisico, di possesso. Una bella copertina, il profumo della carta, l’orgoglio di avere in casa una lunga fila di capolavori uno di fianco all’altro, a guardarsi, a toccarsi tra loro quasi fossero persone. Non c’è proprio confronto, per me un libro è prima di tutto un’esperienza sensoriale, da gustare con tatto, vista, odorato. Poi però sei costretto a confrontarti con lo spessore occupato sulle mensole. Ecco, l’ho detto. Lo spessore.
Se c’è una sola cosa che, sono sicuro, in futuro mi creerà problemi, quella è proprio lo spazio. Ecco perché una diavoleria come il Kindle, o meglio ancora il Nook, mi farebbe davvero comodo.
Immaginate uno studente fuori sede, in affitto, senza un tetto stabile sopra la testa. Lo avete presente? Okay. Adesso immaginatelo con una famelica voglia di leggere, diciamo intorno ai 30, 40 libri l’anno, studio permettendo. Ora immaginate cosa può voler dire non avere posto per nuovi libri ed essere costretto a tenere i vecchi dentro degli scatoloni. Immaginate un ipotetico trasloco, con quello che ne consegue in stress e fatiche fisiche (e l’ho già sperimentato l’anno scorso portandomi dietro qualcosa come 250 volumi).
Ora pensate a un apparecchio del genere, a quanto è sottile, leggero e con uno schermo che simula fedelmente il foglio di carta su cui leggere quello che ci pare. Pensate a cosa può voler dire collegarsi a Internet senza fili e scaricare il romanzo che ci piace, appena uscito, senza scomodarsi a cercarlo in libreria, magari a un prezzo più conveniente, e poter fare lo stesso con tonnellate di altri volumi sempre reperibili, sempre a portata di mano dovunque andremo. Pensate ai centinaia di classici fruibili gratuitamente, o magari a vecchi titoli che nessuno più ristampa in copia cartacea, alla facilità di prestarne uno a un amico con un semplice click, e di riceverne altrettanti.
Questo si chiama progresso, ragazzi, ed è chiaro come il sole.
Ma è anche il futuro? Questa è una domanda già più complessa, soprattutto per un mercato difficile e incasinato quale è quello italiano. Perché tralasciando l’ovvio piacere della lettura tradizionale, nonostante l’innegabile comodità di un lettore e-book, per molta gente la barriera linguistica è un problema che fa la differenza, me compreso, e una meraviglia tecnologica come il Kindle al momento offre solo titoli in inglese e non permette di caricarne di propri se non convertendoli in pdf. Il Nook offre un sistema più versatile, ma siamo sempre lì, è la materia prima a latitare in Italia. Di e-book ce ne sono davvero pochi rispetto a quanto può offrirne un colosso come Amazon. E’ un problema di mentalità, di apertura verso nuove strade con tutti i rischi che comporta imboccarle.
Come uscirne? Francamente non lo so, mi pare presto per sbilanciarsi sia per l’uno, sia per l’altro verso. Allora non mi resta che attendere e incrociare le dita, anche se tra non molto potrei non avere altra scelta che adeguarmi o smettere di leggere.