Archivio per ottobre, 2009

Della serie, nella vita le certezze sono poche ma adesso sappiamo che anche i mostri sacri sparano cazzate. Mi riferisco all’ultima domanda posta a Umberto Eco e alla risposta che ne è conseguita. E viene da chiedersi: da quando la qualità di un libro dipende dal suo costo? E perché intrattenere è automaticamente sinonimo di pochezza letteraria?
No, caro Eco. Sarai anche bravo ma SK non me lo devi toccare.

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Prendo spunto da qui e qui, e nonostante abbia già espresso quello che penso, sulla questione avrei ancora molto da dire. Comincio a ricredermi, però, e iniziamo col chiarire subito una cosa: a me piacciono i gadget tecnologici. Mi ritengo un fanboy per tutto ciò che riguarda personal computer, console da videogiochi e telefoni cellulari. Per la Apple poi soffro di una vera e propria mania.
Ma libri sono un altro discorso, e in questo determinato contesto mi sento un tipo alla vecchia maniera. Sapete perché?
Non credo di essere l’unico ad amarli anche per quello che rappresentano in senso fisico, di possesso. Una bella copertina, il profumo della carta, l’orgoglio di avere in casa una lunga fila di capolavori uno di fianco all’altro, a guardarsi, a toccarsi tra loro quasi fossero persone. Non c’è proprio confronto, per me un libro è prima di tutto un’esperienza sensoriale, da gustare con tatto, vista, odorato. Poi però sei costretto a confrontarti con lo spessore occupato sulle mensole. Ecco, l’ho detto. Lo spessore.
Se c’è una sola cosa che, sono sicuro, in futuro mi creerà problemi, quella è proprio lo spazio. Ecco perché una diavoleria come il Kindle, o meglio ancora il Nook, mi farebbe davvero comodo.
Immaginate uno studente fuori sede, in affitto, senza un tetto stabile sopra la testa. Lo avete presente? Okay. Adesso immaginatelo con una famelica voglia di leggere, diciamo intorno ai 30, 40 libri l’anno, studio permettendo. Ora immaginate cosa può voler dire non avere posto per nuovi libri ed essere costretto a tenere i vecchi dentro degli scatoloni. Immaginate un ipotetico trasloco, con quello che ne consegue in stress e fatiche fisiche (e l’ho già sperimentato l’anno scorso portandomi dietro qualcosa come 250 volumi).
Ora pensate a un apparecchio del genere, a quanto è sottile, leggero e con uno schermo che simula fedelmente il foglio di carta su cui leggere quello che ci pare. Pensate a cosa può voler dire collegarsi a Internet senza fili e scaricare il romanzo che ci piace, appena uscito, senza scomodarsi a cercarlo in libreria, magari a un prezzo più conveniente, e poter fare lo stesso con tonnellate di altri volumi sempre reperibili, sempre a portata di mano dovunque andremo. Pensate ai centinaia di classici fruibili gratuitamente, o magari a vecchi titoli che nessuno più ristampa in copia cartacea, alla facilità di prestarne uno a un amico con un semplice click, e di riceverne altrettanti.
Questo si chiama progresso, ragazzi, ed è chiaro come il sole.
Ma è anche il futuro? Questa è una domanda già più complessa, soprattutto per un mercato difficile e incasinato quale è quello italiano. Perché tralasciando l’ovvio piacere della lettura tradizionale, nonostante l’innegabile comodità di un lettore e-book, per molta gente la barriera linguistica è un problema che fa la differenza, me compreso, e una meraviglia tecnologica come il Kindle al momento offre solo titoli in inglese e non permette di caricarne di propri se non convertendoli in pdf. Il Nook offre un sistema più versatile, ma siamo sempre lì, è la materia prima a latitare in Italia. Di e-book ce ne sono davvero pochi rispetto a quanto può offrirne un colosso come Amazon. E’ un problema di mentalità, di apertura verso nuove strade con tutti i rischi che comporta imboccarle.
Come uscirne? Francamente non lo so, mi pare presto per sbilanciarsi sia per l’uno, sia per l’altro verso. Allora non mi resta che attendere e incrociare le dita, anche se tra non molto potrei non avere altra scelta che adeguarmi o smettere di leggere.

The Dome. E’ arrivato. Un malloppo di 1036 pagine, caratteri piiiiiiiccoli piccoli come piacciono a me, un centinaio di personaggi coinvolti e un solo nome che giganteggia in copertina: Stephen King.
Temo che mi tratterrò a lungo a Chester’s Mill. E’ una cittadina deliziosa, sapete?
Certo, la gente qui tende a non farsi mai gli affari propri, le scorte di cibo iniziano a scarseggiare e per la corrente devo solo ringraziare i generatori di propano. E poi c’è la cupola, ovviamente, scesa dal cielo come una barriera impenetrabile. Fino a quando non trovo una via di fuga, non ci sono per nessuno.

il bambino che parlava col diavolo

George Davis è un uomo pieno di problemi.
Il suo matrimonio sta andando a rotoli e lui non riesce in alcun modo ad avvicinarsi al figlio nato da poco. I motivi sembrano inspiegabili. Ha timore di poterlo contagiare, di riversare in lui le stesse paure di cui soffriva da piccolo, di far riemergere nell’erede la presenza del Diavolo. Lo guarda con occhi diversi, e anche solo sfiorarlo è un’idea insensata. Per questo decide di farsi seguire da un terapista nella speranza di capire cosa è realmente accaduto nel suo passato, ed è lì che inizieranno a emergere ombre dimenticate.
La vicenda si sviluppa tra un flashback e l’altro, narrando l’infanzia del protagonista, bambino disturbato da eventi di natura paranormale, sempre in bilico tra realtà e follia, psicofarmaci e ricoveri in istituto, sofferenza e perdita delle persone care.
Ora, i presupposti per un bel libro c’erano, non lo nego, ma in realtà questo romanzo si perde un pò per strada.
La trama è confusa, il protagonista ispira naturale antipatia e la parte relativa agli esorcismi sa di già visto. Si va avanti per cliché e questo non fa che accentuare i difetti e smorzare la tensione. Il problema de Il bambino che parlava con il Diavolo è che non c’è davvero nulla di nuovo o innovativo tra le sue pagine, nulla tale da compensare le aspettative che nascono una volta lette le critiche in quarta, come al solito positive ed entusiastiche. Il romanzo fallisce in quella che dovrebbe essere la finalità di ogni horror che si rispetti: spaventare. Alla fine sono due stellette e mezzo di Anobii, che non è nemmeno poco se consideriamo che l’autore è al suo esordio letterario. Di strada da fare però ce n’è ancora tanta.
Justin Evans raggiunge quindi la sufficienza piena perché malgrado tutto lo stile è competente, l’atmosfera è quella giusta, un paio di scene sono ben descritte e il finale è tutt’altro che scontato, ma non mantiene quel che promette. Non fino in fondo, non nel modo in cui copertina e titolo lasciano intendere. E questo andava sottolineato.

Post veloce e scritto di corsa, d’altronde l’università è iniziata coi nuovi corsi e non mi posso permettere di finire schiacciato dalla mole di studio che aspetta solo di essere affrontata.
Però ci tenevo a mostrarvi cosa può nascere quando le parole ce la fanno a raggiungere quell’oltre a cui ambisce ogni scrittore. Quando rompono la barriera della semplice immaginazione, attecchendo nella mente altrui in un modo diverso, forse anche sorprendente, da quanto si aspetta chi le scrive. Quando danno vita a questo.
Perché stavolta le parole sono mie e devo dire che la cosa mi lusinga enormemente.