Cento di questi giorni e un grazie. Grazie per le tue storie. Grazie per le emozioni, i brividi, i sudori freddi. Grazie per le risposte che troviamo leggendo i tuoi libri. Grazie per Pennywise, Annie Wilkes e Randall Flagg. Grazie per i tramonti che tremano d’orrore e la tua incredibile, spietata capacità di sondare l’animo umano come nessun altro è mai stato in grado. Grazie per esserti spinto là dove nessuno osa. Grazie per la speranza, la passione e il talento che pregna ogni tua pagina. Grazie Maestro.

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Dopo la Lost-delusione sono tornato in Sicilia per le vacanze, e non avendo internet ho passato le maggior parte delle mie serate a fare due cose: leggere e guardare serie tv. Per quanto riguarda i libri mi sono buttato a capofitto sulla fantascienza, genere che avevo trascurato e che mi ha dato grosse soddisfazioni. Il gioco di Ender di Orson Scott Card e il Ciclo di Hyperion di Dan Simmons si candidano non solo come migliori letture estive, ma dell’intero anno.
Sul fronte serial: avevo iniziato a guardare Fringe, ma poi qualcosa mi ha fatto desistere. Sono fermo all’ottava puntata e nonostante le idee carine e i continui richiami a X-Files e Ai confini della realtà la storia non mi prende e i protagonisti non mi convincono. Fatico a credere che dietro questo format ci siano le stesse menti di Lost. Insomma, pathos zero e ritmo non pervenuto.
Così sono passato ad altro e due nuove serie mi hanno colpito da morire: True Blood e Dollhouse. Il primo, lo ammetto, ho iniziato a seguirlo pieno di pregiudizi. D’altronde io con i vampiri ho un rapporto contorto. Quando mi sono reso conto però che la serie è ben fatta, è stato l’inizio dell’amore e della dipendenza dal V. La storia è semplice ma non risulta mai troppo banale o demente come in Twilight, e i vampiri sono affiancati da altre creature sovrannaturali come licantropi, mutaforma e strane dee cornute. L’atmosfera della Louisiana decadente, con le sue paludi, i villaggi di case dal legno ammuffito e i predicatori di colore è intrigante e gestita senza sbavature. In poco meno di venti giorni sono già alla fine della seconda stagione e fremo per vedere la terza. Volevo leggere i libri della Harris da cui è stata tratta, ma mi sono stati sconsigliati.
Di Dollhouse avevo sentito parlare molto bene un po’ ovunque. Mi piaceva l’idea di queste persone che scelgono di loro spontanea volontà di sottoporsi al trattamento, un’operazione che permette di azzerare la memoria cerebrale come fosse una tabula rasa per poi farsi riprogrammare secondo gli scopi per cui sono state richieste. Eliza Dushku nella parte di Echo è perfetta e ogni puntata ha spunti diversi. Mi spiace solo che sia una serie nata morta, come Flashforward, in quanto lo show è stato cancellato dopo appena due stagioni a causa degli ascolti bassi. Lo vedrò fino alla fine, questo è sicuro, come è sicuro che sto contando i giorni che mi separano dalla seconda stagione di Glee, in arrivo a fine Settembre.
A chi mi legge vorrei chiedere: avete qualche telefilm da consigliare? Cosa ne pensate di Heroes? Vale la pena seguirlo per quattro stagioni?
Buon settembre a tutti.

Il ciclo di Hyperion parte da premesse semplici: la razza umana, dopo aver abbandonato Vecchia Terra a causa di un disastro, il Grande Sbaglio, ha colonizzato più di duecento pianeti, governati dall’Egemonia e chiamati Rete dei Mondi. I miliardi di abitanti si spostano usando le tecnologie più svariate: Criofuga a bordo di navi dotate di motori Hawking e Teleporter capaci di spostare la materia da un punto all’altro della galassia istantaneamente. A riempire il vuoto fra una stella e l’altra vi è Hyperion, cuore della saga, uno dei nove mondi labirinto e luogo dove molti sono i misteri da svelare, perché lì abita lo Shrike, una creatura dai poteri sconfinati in grado di manipolare le maree del tempo e minacciare la vita così come la si conosce. Ispirata in parte ai Canterbury Tales e in parte ai lavori dello stesso Keats da cui questo romanzo prende il nome, la vicenda inizia in medias res, con uno sparuto gruppo di pellegrini che racconta ognuno la propria storia e le circostanze che li hanno portati sul pianeta. A fare da cornice, in questo capolavoro della fantascienza, regna sovrana la fantasia dell’autore nel ricreare un universo variegato, sempre plausibile, di un fascino unico e magnetico.
Una terra di mezzo tra le stelle, senza esagerare.
Dal sovraffollamento di Tau Ceti Centro ai boschi di Garden, dagli abissi di Mare Infinitum alle lande desertiche di Hebron passando per i ghiacci perenni di Sol Draconis Septem e gli alveari ad alta gravità di Lusus, il background imbastito dall’autore è totale e totalizzante, così come tale è l’empatia che si prova nei confronti dei protagonisti, ora umani, ora cibridi, impegnati loro malgrado in un disegno oscuro che vede coinvolti gli Ouster e le intelligenze artificiali che abitano il Nucleo.
I racconti sono favolosi, danno spunti di riflessione sulla religione, la sociologia, la natura stessa della guerra e della vita in un modo sempre diverso, spaziando dal punto di vista dei personaggi, i cui destini si incastrano in un continuo gioco di rimandi, citazioni e approfondimenti che rendono impossibile staccarsi dalle pagine.
C’è tutto, in Hyperion: la coralità di un’ambientazione come non si era mai vista, approfondita e studiata magistralmente in ogni sua parte, guerre intergalattiche e lunghe traversate spaziali, combattimenti all’arma bianca, splendide descrizioni di mondi alieni, croci e crocimorfi, isole che si spostano e delfini che comunicano, l’amore che lega un padre alla figlia affetta da una malattia incurabile, la passione di un soldato per una donna che è pura illusione, la vendetta che muove un’investigatrice per la perdita della persona cara. Sopra ogni cosa, prima ancora dello stile eccelso, del successo di critica e pubblico coronato dall’attribuzione del premio Hugo, della facilità con cui Dan Simmons proietta il lettore a viaggiare lassù, negli astri, di Hyperion resta impressa la malinconia di fondo, il mormorio sommesso di una civiltà che non è stata in grado di reinventarsi nonostante il progresso, i debiti temporali e gli anni luce macinati, e che guarda alle stelle con gli occhi inconsolabili di chi non ha più il suo pianeta natale. Un capolavoro non solo nel suo genere, che tiene testa tanto a Dune quanto agli intricati universi di Asimov, che dimostra come una storia debba essere scritta, e che a fine lettura non lascia altro che invidia nei confronti di chi deve ancora intraprendere questo viaggio meraviglioso. Ed è forse scontato dire che, una volta iniziato, tornare indietro non sarà più possibile perché dopo Hyperion niente di quello che leggerete sarà alla sua altezza.

Per tutto il mondo Lost è finito poco più di un mese fa. Per me, dopo un tour de force di venti giorni e 5 stagioni, Lost è finito ieri sera. Finito per modo di dire, poiché chi ha visto il doppio episodio conclusivo sa bene che questa serie tv, tanto quanto in passato, è destinata a far parlare di se ancora per molto tempo. Cosa ne penso io?
Penso che Lost abbia fatto scuola nell’approfondimento psicologico dei personaggi e nell’uso di flashback e flashforward, che la colonna sonora di Michael Giacchino sia meravigliosa così come il comparto tecnico. Penso che Lost fosse perfetto nelle prime due stagioni, che avevano trovato il giusto equilibrio di mistero, ritmo e cliffhangers incollando allo schermo milioni di persone, ma penso anche che dalla terza in poi qualcosa ha iniziato a scricchiolare, a incrinarsi, finale da cardiopalma a parte, e che l’intera impalcatura creata dagli sceneggiatori avesse dei buchi giganteschi di trama, solo che all’epoca il problema si poteva (ancora) risolvere. Poi è arrivata la quarta stagione, che non ha risolto un quesito che fosse uno tra tutti quelli sollevati in precedenza. E il mordente è calato, così come gli ascolti. La quinta ha introdotto i salti temporali, che hanno solo incasinato le cose fino alla presunta deflagrazione. La sesta, perlopiù inutile e ammorbata da flashsideways riempitivi, una realtà alternativa la cui natura l’abbiamo capita solo con l’episodio 18. Guardando gli ultimi dieci minuti sono arrivato alla conclusione che vedere Lost è tutta questione di aspettative, di fede e scienza, e che la soddisfazione dipende dal voltare le spalle a Jack Shepard e abbracciare le fantasie di John Locke. Che poi è la scelta più comoda per tutti.
Perché vedete, io posso capire che gli autori si siano incartati cercando di creare qualcosa che fosse più grande di loro, che Lost è i personaggi e il modo in cui le loro vite si intrecciano l’una con l’altra. Posso anche trovarmi d’accordo quando si dice che “è molto meglio limitarsi a giocare con la scatola piuttosto che sapere a tutti i costi cosa contiene”, ma è anche vero che la narrazione come la conosco io comprende delle regole, dei patti fra lettore (spettatore in questo caso) e scrittore, e che tali premesse non si possono infrangere e sperare che nessuno se ne accorga. Se la storia è tua, tuo è il compito di concluderla risolvendo tutti gli enigmi. Magari posso non essere d’accordo su come viene fatto, o su come si conclude, e il finale aperto ci può stare, ma una risposta, anche solo approssimativa, bisogna darla se la domanda si basa sull’intera economia della vicenda. Quello che è stato fatto nell’ultimo episodio è scorretto ed è molto peggio che barare o limitarsi a non far quadrare i conti.
E’ sviare. E’ sfruttare il sentimentalismo della gente, accumulato in anni e anni di attesa, per distrarre dagli spaventosi interrogativi a cui non sono stati capaci di dare una risposta. Altro che mostro, il fumo è nostro, nei nostri occhi. E questo a me non va bene, non lo accetto come non accetto che mi si dica che io Lost “non l’ho capito”, perché non c’è niente da capire. Gli ultimi dieci minuti sono bellissimi, sia chiaro. Non c’è una sola cosa fuori posto. Lacrime, abbracci, figli partoriti, primi piani tra i più intensi, montaggio a regola d’arte, musiche toccanti. Sì, okay, ma poi? Non posso e non voglio credere che i migliori sceneggiatori del mondo non sapessero trovare alternative migliori di tirare lo sciacquone prima e rimettere il tappo dopo, e che l’intera sesta stagione fosse un limbo, una specie di purgatorio necessario a far sì che tutti i protagonisti si ritrovassero per poi trascorrere l’aldilà assieme, oltre la luce della chiesa. Non puoi venirmi a dire dopo 100 e passa puntate che la stringa di numeri maledetti non è altro che il numero corrispondente dei candidati messo in fila uno dopo l’altro, che un nome sul muro è solo un nome, che Jacob è il bene e il mostro il male.
Ma grazie al cazzo.
Che fine ha fatto Walt, che era così importante nei primi episodi e poi il suo ruolo è stato accantonato? Perché il sensitivo ha messo in guardia Claire? Come mai la statua in rovina ha quattro dita dei piedi e Sayid non manca di farcelo notare? Che ruolo ha il giapponese nel tempio per tutta la sesta stagione? Perché sembra che nessuna donna rimasta incinta sull’isola sopravviva? Chi è davvero la madre di Daniel Faraday, e come faceva a sapere tutte quelle cose sull’isola? Cos’è l’isola e quella grotta piena di luce?
Come mai? Cos’è? Perché? Lost si riduce a questo: domande, domande, domande, e io proprio non ne capisco il senso, di incuriosire senza poi riuscire a dare una risposta. A meno che questo non fosse l’unico modo per gabbare gli appassionati fino all’ultimo, con un trucco dentro l’altro, con i continui “non sei pronto, non capiresti, non posso dirtelo”, e sbattersene delle promesse non mantenute, delle sottotrame senza senso, dei misteri che misteri non sono. Tanto Lost è Lost, e ormai è finito, lasciandomi un vuoto che spero di poter colmare con Fringe.

Il nuovo firmware del Kindle è una bomba: offre lo zoom dei pdf, la possibilità di organizzare i libri in collezioni, l’highlights dei propri passi preferiti condivisibili su FB e Twitter con un click. E ancora, nuovi caratteri, password di sistema per proteggere i dati, velocità di refresh e autonomia ulteriormente migliorate. La ciliegina sulla torta è il browser Internet sbloccato verso tutti i siti, ovunque ci sia rete grazie al modulo 3g, totalmente a spese di Amazon. Ripeto: a spese di Amazon, senza sganciare un centesimo o svenarsi in costosi abbonamenti dati. In tutta Europa.
Sento la presenza di iPad alitarmi sul collo, non lo nego, a maggior ragione adesso che è uscito e ho avuto modo di provarne uno in modo approfondito, ma del mio Kindle mai come in questi giorni mi sono sentito così soddisfatto. Amo leggere e amo farlo sul mio Kindle.

Erroneamente convinto di non riuscire più a stupirmi, dopo il mio viaggio a Stoccolma ho dovuto cambiare idea.
La Svezia è un posto meraviglioso. Stoccolma è meravigliosa. La gente, i paesaggi, i colori, i tramonti sono solo alcune delle cose che mi porterò nel cuore per sempre, avendo avuto conferma che il paradiso esiste, ed è in Scandinavia. Ho visto luoghi di una bellezza sconcertante, impossibile da imbrigliare o anche solo definire con semplici aggettivi. Mi sono perso tra le strade di Gamla Stan e gli animali di Skansen. Ho viaggiato in mongolfiera nella luce di un crepuscolo che sembrava non finire mai e sono stato a Grinda, nel cuore dell’arcipelago esterno, camminando in un mondo dove non albergano altro che foreste, sassi e un silenzio che non avevo mai sperimentato.
Ho anche scattato 1200 foto e sto poco a poco iniziando a fare una cernita delle migliori. Credo che vederle sia l’unico modo per farvi capire di cosa sto parlando, e in ogni caso, per quanto impegno ci abbia messo, non rendono l’idea. Non potrebbero, ed è giusto che sia così.
Per la Svezia ho decisamente perso la testa. Forse non ci tornerò più, perché di meraviglie il nostro pianeta è pieno, ma di una cosa sono sicuro: quello che mi regalato Stoccolma in quattro giorni è un dono unico e irripetibile.


If you try to shut out Wonder, you’ll see Death in her dark wander.

Alice nel paese della Vaporità, lo dico senza troppi giri di parole, è un romanzo che si legge in fretta, tanta e tale è la presa che la storia ha sul lettore.
Le similitudini con il capolavoro di Lewis Caroll sono poche, limitate alla presenza di qualche elemento classico rielaborato in chiave “dimitriana”, come lo psicopatico coniglio gigante che dà la caccia alla protagonista, il diavolo dei crocicchi (una specie di stregatto ancora più enigmatico) e una regina spietata che compare nelle ultime pagine. Alice nel paese delle meraviglie diventa un pretesto per narrare una storia che non vuole essere omaggio e nemmeno rilettura, ma qualcosa di ancora diverso. I personaggi della Steamland brillano di luce propria, Alice è quanto di più anti convenzionale si possa immaginare e l’ambientazione è originale al punto giusto, compressa tra realtà e allucinazione, Carne, Incanto e Sogno, fiori di cristallo, cruciciclisti e profeti-nella-nebbia. L’intuizione stessa della Vaporità come elemento in grado di amplificare le percezioni piuttosto che distorcerle è meravigliosa, sfaccettata e spiazzante. Dà l’idea di un mondo illusorio dove, fino alla fine, non si riesce in alcun modo a capire cos’è giusto e cosa sbagliato, cosa è frutto della spiccata immaginazione della protagonista e cosa esiste davvero, oltre Londra, oltre Samarcanda, oltre le pagine di un libro spedito a puntate via mail. Perché là fuori, nella Steamland, lontano da Londra e dalla sua protettiva barriera d’eliche, ci sono cose che vanno viste con occhi nuovi. Ci sono meraviglie di sconvolgente bellezza e scorci di indicibile orrore.
E niente, niente è come sembra.
Alice nel paese della vaporità è un luogo dove gli steam-rifiuti si ammassano creando colline, dove vivono strane comunità di indigeni e a miglia di distanza, ai confini dell’Insula Albionum, si estende un mare di ignote conoscenze. Alice è dove vi sono vampiri e Alberi, e i sensi si confondono nella sinestesia. Alice è Ben che non capisce, è una donna che perde un braccio e perde tutto. Alice è una travolgente, gargantuesca metafora della vita come possibilità di scelta. E’ il rumore di fondo dell’universo. E’ un fiore di cristallo che dona lo spirito.
Sebbene non mi abbia stupito come fece Pan a suo tempo (al talento ci si abitua in fretta), Dimitri dimostra un’autorevolezza notevole in stile, trovate e padronanza della penna. E’ un autore maturo, la cui voce è una ventata d’aria fresca che merita tutta l’attenzione possibile.
Smettete di prendere la Zavorra e godetevi la Vaporità.
Cavalcatela, respiratela, vivetela. Non ve ne pentirete.